Piazza dell’Immaginario

ABATI MMURO ROSSO

a cura di Alba Braza

/ Tappa  #3
/ Inaugurazione: 30 maggio ore 18.00 via Pistoiese 142/146 – via Fabio Filzi 39, Prato
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Evento promosso da Assessorato all’Ambiente del Comune Prato, ASM Ambiente Servizi Mobilità e Circolo Eugenio Curiel, in collaborazione con Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Associna, Associazione Cinese di Li Shui, con l’adesione di Comitato di via Pistoiese Macrolotto Zero, Italia Nostra sezione di Prato

/ Artisti: Gabriele Basilico, Andrea Abati, Bleda y Rosa, Pantani-Surace, R.E.P. Revolutionary Experimental Space

ENGLISH BELOW

BLEDA Y ROSA BURRIANA

Bleda y Rosa, Burriana, dalla serie Campos de fútbol, 1993. Veduta della mostra Piazza dell’Immaginario

Piazza dell’Immaginario è un progetto a cura di Alba Braza, organizzato da Dryphoto arte contemporanea, con opere di Gabriele Basilico, Andrea Abati, Bleda y Rosa, Pantani-Surace, R.E.P. Revolutionary Experimental Space.
Terza tappa del progetto, iniziato nel febbraio 2014, è stata la posa delle opere che occupano i muri della zona dove via Fabio Filzi e via Pistoiese sono messe in comunicazione attraverso un passaggio, da oggi identificata con il nuovo toponimo di Piazza dell’Immaginario. Attraverso le immagini scelte si raccontano storie anonime e quotidiane che contengono una certa sensazione di nostalgia che di solito proviamo quando ricordiamo o immaginiamo il passato. Storie brevi che non hanno mai occupato copertine, ma che abitano nella nostra memoria: quel campo da calcio dove giocavamo la domenica, quella volta che ho letto ti amo scritto sul muro e sapevo che era stato scritto per me, quella canzone che ogni volta che veniva suonata la ballavamo insieme nella piazza o i primi germogli verdi che venivano dal niente, senza attendere quello che avevano intorno. Tutte le opere faranno parte dello spazio per un tempo determinato, ricordando che attraverso il prendersi cura dello spazio che ci circonda si può contribuire al benessere di chi lo abita, aprire nuove modalità di contatto, reti di relazioni e di affetto, dove il dialogo diventa l’unico modo per immaginare ipotesi da portare a termine. Il prendersi cura dello spazio è cominciato nella tappa #2 con i lavori di collocazione di alcune panchine, di una rastrelliera per le biciclette, con il ripristino di vecchie fioriere: un cambiamento d’immagine dello spazio che viene rafforzato dalla scelta di pulire e imbiancare parte dei muri della piazza, riflettendo su cosa è una piazza attraverso i diversi video messaggi ricevuti che raccontano visioni personali.
Borgo San Lorenzo di Andrea Abati, trittico che fa parte della serie La Forza della Natura, 2014, è il primo punto della piazza. Una stampa di grande formato in PVC che dà continuazione a questa serie, in parte acquisita dal reparto ostetricia del nuovo Ospedale di Prato. Tre immagini, prese dal basso verso l’alto, della pianta chiamata albero di Giuda ai lati e di un noce nel centro, che ci mostrano la bellezza della natura e ci fanno vedere un cielo che sorveglia da un altro punto di vista quello che accade sulla terra. Sebbene Abati sia interessato ad approfondire l’idea di bellezza come la abbiamo imparata e sviluppata attraverso la storia dell’arte, e dunque qualcosa di gradevole e per ciò buona per noi, La Forza della Natura accenna a una visione della natura come un potere fuori dal nostro controllo. Gli scatti, infatti, sono stati realizzati in un territorio distrutto da un grande terremoto, un territorio devastato e ripreso dalla e grazie alla stessa natura.
Di fronte troviamo Burriana di Bleda y Rosa, fotografia in bianco e nero che fa parte della serie Campos de fútbol, 1993. Questa serie raccoglie fotografie di diversi campi da calcio trattati come se fossero spazi quotidiani, adatti per qualsiasi tipo di gioco e forse per la competizione di basso livello. Si tratta di spazi vuoti, abbandonati e in disuso, periferici, a volte indeterminati, senza una specifica funzione e spesso definiti solo dall’uso che ne viene fatto, cosicchè è proprio la nostra memoria che ne determina di nuovo la funzione. Bleda y Rosa, che ben conoscono e apprezzano il lavoro di Bernd e Hilla Becher, riflettono sul passare del tempo in relazione allo spazio geografico parlando di un genere di luogo e non di un luogo determinato, che però la nostra memoria riconosce come se fosse un suo luogo. Attualmente Campos de fútbol fa parte della collezione del Museo Nacional Reina Sofía MNRS, Madrid, e del Centro Gallego de Arte Contemporáneo CGAC, Santiago de Compostela, Spagna.
In galleria troviamo la prima delle tre opere che formano Patriotism. Hymn, un progetto mobile che dal 2006 è stato presentato in USA, Olanda, Italia e altri paesi. Il lavoro utilizza un alfabeto di logotipi che forma un linguaggio universale. Giocando con la memoria collettiva, si ispira alla propaganda sovietica e alle tecniche di comunicazione politica che ancora permangono nella democrazia locale. Una miscela di ironia, umorismo e attività sovversiva, nascosta dal modo in cui vengono usati questi loghi, permette agli artisti di combinare vari stereotipi e pezzi di informazioni sull’Ucraina e l’Europa e di toccare temi come l’immigrazione, la diffusione della conoscenza o la corruzione. Patriotism. Hymn è dedicato all’idea di un’Europa unita, ai suoi vantaggi e ideali, e anche alla figura dell’Altro, la cui impaziente attesa di riconoscimento e di inclusione aiuta l’Unione Europea a apparire così desiderata.

R.E.P. Revolutionary Experimental Space, Patriotism. Hymn, 2006

R.E.P. Revolutionary Experimental Space, Patriotism. Hymn, 2006

R.E.P. Revolutionary Experimental Space, Patriotism. Hymn

R.E.P. Revolutionary Experimental Space, Patriotism. Hymn

Il parcheggio di via Fabio Filzi accoglie anche La responsabilità dei cieli e delle altezze di Pantani-Surace, che parte dall’idea degli artisti che la piazza non appartiene al luogo ma a coloro che la vivono e perciò è stato proprio lì, in piazza, e insieme a loro, i residenti/partecipanti, che il 24 aprile, si è svolta l’azione di produzione del messaggio collettivo proposto dagli artisti: “ti amo”. Sebbene questo messaggio sia ormai diventato una caratteristica del loro lavoro, questa volta é scritto in cinese, 我愛你, usando la tecnica della xilografia, con la collaborazione di coloro che hanno partecipato a questa azione, facendosi protagonisti e conduttori sottili di altri modelli possibili di convivenza. I tre caratteri, stampati su carta, sono affissi su tre muri diversi.
La facciata del Circolo Eugenio Curiel accoglie, infine, Dancing in Emilia di Gabriele Basilico, una fotografia dalla serie Dancing in Emilia, nata da una commissione del mensile Modo che nel 1978 ha incaricato Basilico di eseguire una ricerca sulle discoteche in Emilia-Romagna. Una delle sue serie meno conosciute che racconta del suo primo approccio alla fotografia, di tipo sociale, vicino al reportage impegnato. L’atteggiamento di Basilico è ponderato – lo stesso che poserà in seguito sulle architetture e sulle città nelle fotografie che lo hanno reso famoso in tutto il mondo – e privo della consueta velocità che caratterizza lo scatto “rubato”, cardine della fotografia di reportage. Forse proprio per questo, le immagini della serie, da cui è tratta quella che presentiamo, esprimono tutta la loro forza e ci trasmettono semplicemente la gioia, il benessere che le persone provavano in quel momento. Trecento chilometri di dancing, balli e rituali del sabato sera, che per anni hanno caratterizzato la vita delle cittadine e dei paesi di periferia: un ricordo di socialità e di genuinità.
Piazza dell’Immaginario dà così continuità a un modello di lavoro che propone una riflessione sul rapporto fra arte/fotografia e territorio e sul ruolo che assume l’arte all’interno del contesto urbano, trasformando lo spazio in una finestra aperta al sogno e cambiando quello che immaginiamo e ricordiamo accadere in questa piazza.

Piazza dell’Immaginario è accompagnata da una pubblicazione.

Pantani-Surace, La responsabilità dei cieli e delle altezze

Pantani-Surace, La responsabilità dei cieli e delle altezze

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Gabriele Basilico, Dancing in Emilia

Gabriele Basilico (Milano, 1944-2013) inizia interessandosi alla fotografia sociale ma i suoi campi d’azione privilegiati sono il paesaggio industriale e post industriale, le trasformazioni e l’urbanizzazione del territorio. In tal senso il suo primo progetto è Milano. Ritratti di fabbriche, un lavoro condotto nella periferia ex-industriale di Milano, tra il 1978 e il 1980.  Nel 1984 viene invitato a partecipare alla Mission Photographique de la D.A.T.A.R., la più vasta campagna fotografica realizzata in Europa nel XX secolo, organizzata dal governo francese. Nello stesso periodo realizza Porti di mare (1982-88) e nel 1991 la campagna fotografica su Beirut, completamente distrutta dalla guerra. Sono anni di intenso lavoro e le commissioni da privati ed enti pubblici sono sempre più numerose. Continua la sua ricerca su Milano insieme a indagini su altre città italiane ed europee, convinto “che in tutte le città ci sono presenze, più o meno visibili, che si manifestano per chi le vuole vedere”. Amburgo, Barcellona, Bari, Beirut, Berlino, Bilbao, Francoforte, Genova, Graz, Istanbul, Lisbona, Liverpool, Losanna, Madrid, Milano, Mosca, Nizza, Palermo, Parigi, Rio de Janeiro, Roma, Rotterdam, San Francisco, San Sebastian, Shangai, Torino, Trieste, Valencia, Zurigo sono fra le città che fanno parte della sua narrazione. Le sue opere fanno parte di numerose collezioni pubbliche e private internazionali e il suo lavoro è stato esposto presso musei e istituzioni, gallerie private in Italia e all’estero.

Andrea Abati (Prato, 1952) si occupa di fotografia dalla fine degli anni Settanta. Punto di partenza del suo lavoro è l’analisi delle trasformazioni del paesaggio architettonico industriale, l’osservazione simbolica della natura antropizzata, l’attenzione all’avvicendarsi delle genti e al mutamento del tessuto sociale della città attraverso un uso della fotografia come strumento di conoscenza e di relazione tra il sé e il mondo. Tra i suoi lavori più noti: I Luoghi del Mutamento, una serie iniziata nel 1988, indubbiamente il progetto di maggiore complessità e anche il più noto, dove urgente è l’attenzione al paesaggio industriale contemporaneo e ai mutamenti della realtà sociale; nella serie I Luoghi della Natura, 1997, composto di visioni notturne, oniriche, il mare diventa luogo di riflessione sull’identità contemporanea, un immaginario mutante sospeso fra natura e artificio; del 2012 è la serie La Forza della Natura. Dal 2008 si occupa anche di video. Per l’artista abbandonare il concetto di opera e pensare di innescare pratiche artistiche nella sfera pubblica può in certi momenti diventare prioritario, è sua la costruzione di Giardino Mselampo/Mandela Garden 1. Ha al suo attivo numerose mostre personali e collettive in Italia, Francia, Austria, Belgio, Germania, USA, Canada.

Bleda y Rosa, María Bleda (Castellón, Spagna, 1969) e José María Rosa (Albacete, Spagna, 1970) lavorano in coppia dal 1992. Vivono e lavorano a Valencia. Secondo il critico Alberto Martin, il nucleo fondamentale del loro lavoro è la rappresentazione del territorio, con la quale cercano di sottolineare la complessa unione di culture e tempi che la conformano. Così trasformano il genere di paesaggio in immagini con un alto potere evocativo nelle quali si manifesta la loro esperienza dei luoghi fotografati. Il passare del tempo, la traccia e la memoria sono gli elementi che fondano il loro lavoro. Fra le loro mostre individuali più recenti: Real Jardín Botánico, Fundación Telefónica e PHE’10 a Madrid; Centro Andaluz de Arte Contemporáneo, Siviglia; Galería Elba Benitez, Madrid; Galería Visor, Valencia; Rosenthal Fine Art, Chicago; Galeria Pedro Oliveira, Porto. Fra le loro collettive: Fundació Antoni Tàpies, Barcellona; Fundación Marcelino Botín, Santander; Museo Nacional Reina Sofia MNRS, Madrid; Museu d’Art Contemporani de Barcelona MACBA e Fundación Joan Miró, Barcellona; AA Architectural Association, Londra; Centro Cultural Gabriela Mistral, Santiago de Cile; Musée d’art moderne di Ceret, Francia; Stenersenmuseet, Oslo; Kulturhuset, Stoccolma. Hanno partecipato a MANIFESTA 4 e alla 12th International Cairo Biennale.

Pantani-Surace, Lia Pantani e Giovanni Surace collaborano dal 1996 e insegnano all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Tra le diverse partecipazioni: Working Insider, Stazione Leopolda, Firenze; Allineamenti, Trinitatiskirche, Colonia;  Mobili, Nosadella due, Bologna; Una giornata particolare, luogo delle possibilità, Teatro Sant’Andrea, Pisa; Au Pair, coppie di fatto nell’arte contemporanea, Fondazione MalvinaMenegaz per le Arti e le Culture, Borgo Medievale di Castelbasso, Teramo; Start Point, Sun Studio 74rosso, Firenze. Tra le mostre personali: Se la memoria mi dice il vero, Certosa Monumentale di Calci, Pisa; Non spiegatemi perché la pioggia si trasforma in grandine galleria nicolafornello, Prato; Ti amo, Galleria Madder 139, Londra; The other party (who’s next, dovrebbe piovere su di voi e non su di me) Galleria Die Mauer e Mura di cinta via Pomeria (giardino d’infanzia), Prato.

R.E.P. Revolutionary Experimental Space, gruppo fondato nel 2004, è attualmente composto da Ksenia Gnilitskaya (Kiev, 1984), Nikita Kadan (Kiev, 1982), Zhanna Kadyrova (Brovary, Ucraina, 1981), Vladimir Kuznetsov (Lutsk, Ucraina, 1976), Lada Nakonechnaya (Dnepropetrovsk, Ucraina, 1982) e Lesia Khomenko (Kiev, 1980). Al momento della costituzione del gruppo tutti i suoi componenti avevano già sviluppato un loro percorso individuale che continuano a portare avanti. Allo stesso tempo in tutti questi anni si sono impegnati in pratiche artistiche collettive, mantenendo viva la loro piccola comunità artistica. Gli eventi politici legati alla Rivoluzione Arancione sono stati gli elementi determinanti per la costituzione del gruppo. Le prime azioni collettive del gruppo si sono svolte in mezzo alla folla di manifestanti in piazza Miadan a Kiev: é stato il vedere le grandi masse che lottavano all’unanimità per una causa comune che li ha portati a lavorare insieme. Un’altra ragione per mantenere vivo il gruppo ancora oggi è la debolezza della scena artistica di Kiev, dove in mancanza di un supporto istituzionale che sostenga l’arte sperimentale, gli artisti formano associazioni che suppliscono a questa assenza. Questa caratteristica non distingue solo della comunità artistica di Kiev ma tutta l’area post-sovietica e di molti altri paesi periferici. Tenendo conto del vasto e ampio background sociale del gruppo, R.E.P. ha scelto non solo di praticare la collettività ma anche di sceglierla come argomento del loro operare. Dal 2007 coinvolgono altri gruppi in progetti comuni proponendo varie forme di collaborazione in unico spazio.

 

ENGLISH VERSION

curated by Alba Braza

/ Step #3
/ Opening 30 May 201, 6:00 pm via Pistoiese 142/146 – via Fabio Filzi 39, Prato
/ Organization: Dryphoto arte contemporanea
/ An event supported by the Department of the Environment of the City of Prato, ASM Ambiente Servizi Mobilità and Circolo Curiel, in collaboration with Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Associna, Associazione Cinese di Li Shui

/ Artists: Gabriele Basilico, Andrea Abati,  Bleda y Rosa,  Pantani-Surace, R.E.P. Revolutionary Experimental Space

Piazza dell’Immaginario is a project curated by Alba Braza and organized by Dryphoto arte contemporanea, with works by Gabriele Basilico, Andrea Abati, Bleda y Rosa, Pantani-Surace, R.E.P. Revolutionary Experimental Space.
The third step of the project, started in February 2014, is the installation of the works on the wall in the zone where Via Fabio Filzi and Via Pistoiese are connected by means of a passageway through an apartment complex, from today identified with the new toponym of Piazza dell’Immaginario.
The selected images narrate anonymous, everyday stories that contain a certain sensation of nostalgia, that kind of nostalgia we often feel when we remember or imagine the past. Short stories that have never made it onto magazine covers, but still dwell in our memory: that football field where we played on Sundays, that time you saw the words “I love you” written on a wall and knew they were for you, that song they always played when we danced in the town square, the first green sprouts that appeared as if from nowhere, in the spring, without paying attention to their surroundings.
All the works will become part of the space for a specific period of time, reminding us that caring for space can contribute to the wellbeing of its inhabitants, opening up new modes of contact, networks of relations and affection, where dialogue becomes the only way to imagine hypotheses about what can be done in concrete practice. Step #2 consisted in the insertion of a number of benches, the creation of a place for bicycles and the upgrading of the old planters: a change of image for the place reinforced with the painting of the walls and a reflection on what is a square through personal visions told by people in various video messages.
Borgo San Lorenzo by Andrea Abati is a triptych that is part of the series La Forza della Natura (The Force of Nature, 2014), partially acquired by the Obstetrics Department of the new hospital of Prato. Three images, shot from below, of the plant commonly known as the Judas Tree, at the sides, and of a walnut tree at the center, not only show us the beauty of nature, but also a sky that from a different vantage point watches over what happens on the earth. Though Abati is interested in deeper exploration of our acquired idea of beauty, as developed throughout art history, as something pleasant and therefore good for us, La Forza della Natura also hints at a vision of nature as a power beyond our control. In fact, the pictures were taken in a zone destroyed by a major earthquake, devastated and reclaimed by and thanks to the same forces of nature.
Bleda y Rosa, María Bleda and José María Rosa, present Burriana, a black and white photograph that is part of the series Campos de fútbol (Football Fields, 1993). This series contains photographs of different soccer fields treated as everyday spaces, areas suitable for any type of play, including low-level competition. They are empty, abandoned spaces, on the outskirts, indefinite at times, without a specific function, often based only on the use that is made of them, and in this moment it is precisely our memory that determines their function anew. Bleda y Rosa, admirers of the work of Bernd and Hilla Becher, reflect on the passage of time in relation to geographical spaces, speaking of a type of place and not a given place, which our memory recognizes, nevertheless, as a place of its own pertinence. Today Campos de fútbol is part of the collection of the Museo Nacional Reina Sofía MNRS, Madrid, and of the Centro Gallego de Arte Contemporáneo CGAC, Santiago de Compostela, Spain.
Patriotism. Hymn is what you’ll find in the passage: a mobile project that since 2006 has been showcased in the USA, Italy, Netherlands and other countries. It employs a logotype alphabet to form a universal language. Playing with collective memory, this project is inspired by the Soviet propaganda and political communication technologies that still linger within local democracy. A blend of irony, humor and undermining activity, obscured by the manner in which these logos are used, allows the artists to make up various stereotypes and bits of information about Ukraine and Europe, while touching on such issues as migration, the spread of knowledge or corruption. Patriotism. Hymn focuses on the idea of a united Europe, its advantages and ideals, and to the figure of Other, whose impatient waiting for recognition and inclusion helps European Union to seem so desirable.
In the parking of via Fabio Filzi you’ll find The responsibility of the skies and the heights by Pantani-Surace. The works starts with the idea of the two artists – Lia Pantani and Giovanni Surace – that the square does not belong to the place, but to the people who live it, and therefore it will be precisely there, in the square, together with those people, the residents/participants, that on 24 April the action will take place to produce the collective message proposed by the artists: “I love you.” While this message has become a characteristic of their work by now, this time it will be written in Chinese, 我愛你, using the xylography technique and with the cooperation of those who pass by in the square, and are invited to take part in the action: their feet will produce the print of each of the three ideograms that compose the phrase, as they become the protagonists and subtle agents of other possible models of coexistence. The three prints, on paper, are hung on three different walls.
Dancing in Emilia by Gabriele Basilico is on the facade of Circolo Eugenio Curiel. It belongs to the series of the same name commissioned by the monthly magazine Modo in 1978, asking the photographer to explore the discotheques of Emilia-Romagna. This is one of the less well known series by Basilico, from the time of his first approach to photography, that of engaged social reporting. The photographer’s attitude is thoughtful, the same methodical stance he would later apply to architecture and the city, leading to works that have justifiably made him famous around the world, and free of the usual speed that marks the “stolen” shot, that typical characteristic of photo reporting. Perhaps precisely for this reason, the images in the series, including the one presented here, express great force and directly transmit to us the joy and wellbeing of their subjects in that particular moment. Three hundred kilometers of dance halls, discos and Saturday night rituals, that for years characterized the life of the towns and suburbs, a memory of genuine social contact and interaction.
Piazza dell’Immaginario represents the continuation of a working model that proposes a reflection on the relationship between art/photography and the territory, and on art’s role within the urban context. Piazza dell’Immaginario turns the place in a sort of window that looks to dream, changing what we imagine and remember to happen in this square.

Piazza dell’Immaginario will be accompanied by a publication that will be presented on the day of the opening.

Gabriele Basilico (Milan, 1944-2013) began his career in the area of social photography, but his main fields of activity were the industrial and postindustrial landscape, the transformations and urbanization of the territory. In this sense, his first project was Milano. Ritratti di fabbriche (Milan, Factory Portraits), shot on the formerly industrial outskirts of the city of Milan in 1978-80. In 1984 he was invited to take part in the Mission Photographique de la D.A.T.A.R., the largest photographic campaign ever conducted in Europe in the 20th century, organized by the French government. In that same period he completed Porti di mare (Seaports, 1982-88), and in 1991 he took many photographs in Beirut, which had been completely destroyed by war. These were years of intense work, with a growing number of private and public commissions. He continued his research on Milan and other Italian and European cities, aware of the fact “that in all cities there are more or less visible presences that show themselves to those who want to see them.” Barcelona, Bari, Beirut, Berlin, Bilbao, Frankfurt, Genoa, Graz, Hamburg, Istanbul, Lausanne, Lisbon, Liverpool, Madrid, Milan, Moscow, Nice, Palermo, Paris, Rio de Janeiro, Rome, Rotterdam, San Francisco, San Sebastian, Shanghai, Trieste, Turin, Valencia and Zurich are just some of the cities that are part of his narration. His works are included in many international public and private collection, and have been shown in many museums, institutions and private galleries in Italy and abroad.

Andrea Abati (Prato, 1952) has worked on photography since the late 1970s. The starting point for his work is analysis of the transformations of the industrial architectural landscape, the symbolic observation of man-impacted nature, the behavior of people and changes in the social fabric of the city, through the use of photography as a tool of knowledge and of relation between the self and the world. His most famous works include: I Luoghi del Mutamento (Places of Change), a series he began in 1988, undoubtedly his project of greatest complexity and also the best known, concentrating on the contemporary industrial landscape and the changes in social reality; in the series I Luoghi della Natura (Places of Nature, 1997), nocturnal, dream-like vision and the sea become the place of reflection on contemporary identity, the mutant imaginary suspended between nature and artifice; in 2012 he created the series La Forza della Natura (The Force of Nature). Since 2008 he has also worked on video. For Abati, abandoning the concept of the work and instead triggering artistic practices in the public sphere can become a priority in certain moments, as in the case of his construction of Giardino Melampo/Mandela Garden 1. He has had many solo and group shows in Italy, France, Austria, Belgium, Germany, the USA and Canada.

Bleda y Rosa, María Bleda (Castellón, Spain, 1969) and José María Rosa (Albacete, Spain, 1970) have worked as a duo since 1992. They live and work in Valencia. According to the critic Alberto Martin, the fundamental nucleus of their work is the representation of the territory, with which they attempt to underline the complex union of cultures and times that give the territory its form. They thus transform the landscape genre into images of great evocative impact, manifestations of their direct experience of the photographed places. The passing of time, traces and memory are the main features of their work. Recent solo shows include: Real Jardín Botánico, Fundación Telefónica and PHE’10 in Madrid; Centro Andaluz de Arte Contemporáneo, Seville; Galería Elba Benitez, Madrid; Galería Visor, Valencia; Rosenthal Fine Art, Chicago; Galeria Pedro Oliveira, Oporto. Group shows: Fundació Antoni Tàpies, Barcelona; Fundación Marcelino Botín, Santander; Museo Nacional Reina Sofia MNRS, Madrid; Museu d’Art Contemporani de Barcelona MACBA and Fundación Joan Miró, Barcelona; AA Architectural Association, London; Centro Cultural Gabriela Mistral, Santiago, Chile; Musée d’art moderne, Ceret, France; Stenersenmuseet, Oslo; Kulturhuset, Stockholm. They took part at Manifesta 4 and the 12th International Cairo Biennial.

Pantani-Surace, Lia Pantani and Giovanni Surace have worked together since 1996, and teach at the Fine Arts Academy of Florence. Selected group shows: Working Insider, Stazione Leopolda, Florence; Allineamenti, Trinitatiskirche, Cologne; Mobili, Nosadella due, Bologna; Una giornata particolare, luogo delle possibilità, Teatro Sant’Andrea, Pisa; Au Pair, coppie di fatto nell’arte contemporanea, Fondazione MalvinaMenegaz per le Arti e le Culture, Borgo Medievale di Castelbasso, Teramo; Start Point, Sun Studio 74rosso, Florence. Selected solo shows: Se la memoria mi dice il vero, Certosa Monumentale di Calci, Pisa; Non spiegatemi perché la pioggia si trasforma in grandine galleria nicolafornello, Prato; Ti amo, Madder 139, London; The other party (who’s next, dovrebbe piovere su di voi e non su di me) Galleria Die Mauer and enclosure wall of Via Pomeria (playground), Prato.

R.E.P. Revolutionary Experimental Space established 2004 in Kiev, Ukraine. Ksenia Gnilitskaya (Kiev, 1984), Nikita Kadan (Kiev, 1982), Zhanna Kadyrova (Brovary, Ukraine, 1981), Vladimir Kuznetsov (Lutsk, Ukraine, 1976), Lada Nakonechnaya (Dnepropetrovsk, Ukraine, 1982), Lesia Khomenko (Kiev, 1980). By the moment the R.E.P. group was founded in 2004, all of its members had already developed an artistic personality of their own. They have continued along the same lines ever since. However, for all these years the artists have been engaged in collective art practices, thus maintaining their small art community. The political events of the “Orange Revolution” were a key element in the group’s establishment. The first collective actions of the R.E.P group were done in the crowd of protesters in the Kiev Maidan square: it was the unanimity of broad masses of society struggling for a common political cause that prompted these Ukrainian artists to work together. Another reason to maintain the group, which still counts today, is the weak infrastructure of the Kiev art scene. Lacking an extensive institutional network intended to support experimental art, artists form associations to make up for the absence of nonexistent institutions. This development is typical not only of the Kiev art community but of the whole Post-Soviet space, and many other periphery countries. Keeping the wide and diverse social background of the R.E.P. group in mind, the artists have chosen not only to “practice collectivity, but also to thematize it.” Since 2007 they have been involving other groups in joint projects, presenting various forms of collaboration in a single space.

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