/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23; Torre della Buca, via Pugliesi 21; Ozne Pub, via Pugliesi 35; Caffè Zero, via Giuseppe Garibaldi 65
/
Inaugurazione: giovedì 16 giugno dalle 17:00 alle 24:00, ore 20:00 aperitivo
/ Date: 18 maggio – 16 giugno 2011
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Artisti: Luigi Ghirri, Olivo Barbieri, Guido Guidi, Vittore Fossati, Vincenzo Castella, Andrea Abati, Dennis Marsico, Thomas Ruff, Francesca Woodman, Toshio Shibata, Sakiko Nomura, Kazuko Wakayama, Hiroto Fujimoto, Marco Signorini, Fabio Casati, Marco Baroncelli, Filippo Maggia, Carmelo Nicosia, Paolo Bernabini, Sislej Xhafa, Shao Yinong & Muchen, Shimabuku, Connie Dekker, Gea Casolaro, Zheng Guogu, Giovanni Ozzola, Robert Pettena, Margherita Verdi, Rita Linz, Tancredi Mangano, Michael Schmidt, Nobuyoshi Araki, Renate Aller, Andreoni e Fortugno, Natalie Magnan, Margot Pilz, Alessandro Mencarelli, Stefania Balestri, Mariette Schiltz, Stefano Boccalini, Paola Di Bello.

 

Moving è una mostra in progress che racconta la storia dello spazio e ne rappresenta anche lo stato attuale. Dal 18 maggio al 16 giugno, ogni giorno, per trenta giorni, corrispondenti ai trenta anni di attività dello spazio di via Pugliesi 23, sono state collocate le opere di artisti selezionati fra coloro che hanno esposto in Dryphoto dal 1981 ad oggi.

a cura di Eleonora Farina

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliese 23
/ Date: 26 febbraio – 30 aprile 2011
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Artisti: Augusto Buzzegoli, Valentina Lapolla

Dryphoto arte contemporanea inaugura i festeggiamenti per i trent’anni di attività con let’s keep in touch, una doppia personale di Augusto Buzzegoli e Valentina Lapolla, artisti che hanno costantemente affiancato il percorso della galleria e che sono artisticamente cresciuti all’interno di essa. Il mezzo fotografico, in sé questione che ha dato inizio e ha caratterizzato tutta una lunga storia espositiva, viene tematizzato e problematizzato in questa mostra, curata da Eleonora Farina.

Nei suoi quasi due secoli di vita la fotografia ha ripetutamente cercato di entrare nell’olimpo delle cosiddette Belle Arti, a volte documentando, altre volte sostenendo e collaborando, infine confrontandosi con le più tradizionali tecniche artistiche. Ad esempio, grande fu la fascinazione che esercitò sugli Impressionisti alla fine dell’Ottocento; pochi decenni dopo il non-finito tipico delle tarde sculture di Auguste Rodin divenne, da elemento pittorico qual era, un’evidente caratteristica fotografica; negli anni Cinquanta la coppia Jackson Pollock / Hans Namuth scardinò definitivamente ogni barriera, creando così una sintesi del fare artistico.

let’s keep in touch analizza quindi la ‘tecnicità’ del medium fotografico, in questo modo scavando nell’ibridazione, nella contaminazione tra generi artistici diversi e complementari.
Augusto Buzzegoli (1974) presenta tre lavori inediti i quali, in continuità con la sua ricerca pregressa, riflettono sull’‘autoreferenzialità’ della fotografia. L’installazione Untitled (at the Slightest Touch), le stampe Journey in an Invisible Neighbour #3 e #4 e le quattro impressioni su carta Untitled (Shrug it Off) raccontano di processi fotografici primitivi, nei quali le varianti principali risultano essere il contatto fisico e – più significativamente ancora – la luce, elemento costitutivo dello scatto stesso con la macchina.
Valentina Lapolla (1979) utilizza invece il mezzo per proporre una riflessione intimamente politica e intimamente attuale, la quale prende le mosse dalle questioni aperte dal femminismo e dalla sua storia in città. Se “ciò che determina la possibilità di un effetto morale delle fotografie è l’esistenza di una pertinente coscienza politica” (Susan Sontag), nel nuovo lavoro 3 PIECES (Ci vediamo là alle nove, Vado via e E’ stata una fortuna averti trovata) il mezzo performativo, quello video e quello fotografico si relazionano in maniera omogenea per dialogare con il pensiero femminista caro all’artista e alla storia della galleria.

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Sede: Palazzo Buonamici, Prato; Ex Cimatoria Campolmi – Biblioteca Comunale Istituto Culturale e di Documentazione Lazzerini, Prato; Villa Giamari – Biblioteca Comunale, Montemurlo; Spazio d’arte Alberto Moretti/Schema Polis, Carmignano; Dryphoto arte contemporanea, Prato
/ Date: 16 ottobre 2010 – 11 gennaio 2011
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Apparato fotografico documentativo: Andrea Abati

Evento promosso da: Regione Toscana; Provincia di Prato, Assessorato alla Cultura; Comune di Prato, Assessorato alla Cultura; Comune di Carmignano, Assessorato alla Cultura; Comune di Montemurlo, Assessorato alla Cultura; Comune di Cantagallo. Progetto della Provincia di Prato.


THOMAS RUFF PRATO 16.10-11.12/2010 è un progetto a cura di Pier Luigi Tazzi che si pone come continuazione di un progetto iniziato nel 2002 con Spread in Prato: portare l’arte negli spazi della vita, del consumo, delle attività produttive, nel tessuto della città, quello del centro e quello periferico.

In questa occasione il progetto si fa più preciso: riportare l’arte negli spazi del potere e negli spazi sociali; riappropriarsi dell’antica tradizione europea, dove l’arte era soprattutto negli spazi di potere, come chiese e palazzi pubblici. Interrottasi alla fine del Settecento – quando l’arte perde il suo contatto con la vita sociale e viene relegata in spazi appositamente dedicati, in collezioni e in musei – questa tradizione si rinnova nel nuovo progetto curatoriale di Pier Luigi Tazzi.

Le opere selezionate per la mostra THOMAS RUFF PRATO 16.10-11.12/2010 provengono dall’intero corpus della produzione dell’artista e si adattano ai diversi ambienti che le accolgono: a Prato, il Palazzo Buonamici, oggi sede della Provincia, e l’Ex Cimatoria Campolmi che ospita, la Biblioteca Comunale Istituto Culturale e di Documentazione Lazzerini; a Montemurlo, Villa Giamari, anch’essa sede della Biblioteca Comunale locale; a Carmignano, lo Spazio d’arte Alberto Moretti/Schema Polis.

Le opere dell’artista tedesco presentate in questo evento espositivo partono dai primi e innovativi Portraits, i ritratti dei compagni d’accademia nei grandi formati che hanno reso Thomas Ruff celebre in tutto il mondo, fino ad estendersi ad altri campi di indagine. Tra questi, la fotografia digitale con il ciclo Nudes (1999-2002), immagini erotiche in bassa definizione scaricate dal web su cui l‘artista interviene cambiando i colori o ripulendole da alcuni dettagli. La serie Substrat (2001-2004), basata su astrazioni da immagini di manga elaborate digitalmente, attraverso la quale Ruff stimola l’occhio del pubblico, invitandolo a confrontarsi con un soggetto che muta a seconda della distanza da cui è osservato. Sottoposte a un procedimento di sovrapposizione, queste si trasformano in composizioni astratte di grande complessità. Ed ancora la serie jpegs, iniziata nel 2004, dove l’ingrandimento dell’immagine digitale rivela la struttura dei pixel che la compone, alterando i meccanismi di percezione.

Il percorso artistico di Thomas Ruff, volto a sperimentare le molteplici possibilità linguistiche della fotografia, è inoltre illustrato in questa mostra attraverso le fotografie astronomiche, Sterne (1989-1992), tratte da negativi messi a disposizione dall’Eso (European Southern Observatory), che l’artista sviluppa in dimensioni molto grandi, ponendo davanti all’osservatore le costellazioni che si perdono nell’astrazione di un firmamento ideale. Ed infine le opere più recenti la cui iconografia è legata ai fenomeni fisici e matematici, come la serie cassini che si basa su fotografie di Saturno scattate dalla NASA.

Le opere di Thomas Ruff trovano accoglienza negli ambienti di rappresentanza e negli uffici di Palazzo Buonamici: accanto agli affreschi allegorici che raccontano l’antica cultura di cui il palazzo è espressione, immagini del nostro contemporaneo realizzate attraverso il medium della fotografia. La fotografia è un mezzo di rappresentazione diretto e immediato, di facile accessibilità, non necessita di particolari strumenti di lettura dunque è capace di raggiungere un pubblico ampio e variegato. Per tutte queste peculiarità è il genere che meglio traduce gli intenti che attengono al progetto. Utilizzata inizialmente come elemento accessorio, documentativo o di supporto alla pittura, la fotografia viene riconosciuta a pieno titolo come medium artistico soltanto a metà degli anni ’80. Grazie ad artisti come Thomas Ruff, Candida Höfer, Axel Hütte, Thomas Struth, Andreas Gursky, tutti formatisi all’Accademia di Düsseldorf con Bernd e Hilla Becher, oltre ad altri della medesima generazione quali Jan Vercruysse, Günther Förg, Rodney Graham, Jean Marc Bustamante, la fotografia è diventata uno strumento essenziale nell’elaborazione e costruzione dell’opera d’arte, al pari di media più tradizionali quali pittura e scultura, e al di là di ogni sua specifica caratteristica stilistica e disciplinare.

La fotografia è anche memoria e prova di realtà. Pier Luigi Tazzi colloca le opere fotografiche di Thomas Ruff anche negli spazi fisici deputati alla conservazione, alla memoria e all’archivio: la biblioteca di Montemurlo, ospitata nella settecentesca Villa Giamari, e la Lazzerini, biblioteca e, attualmente, anche centro di documentazione e museo della città di Prato, collocata all’interno dell’Ex Cimatoria Campolmi. Si tratta in questo ultimo caso di un grande complesso architettonico edificato all’interno delle mura medievali. Qui le opere dell’artista dialogano con l’archeologia industriale dell’edificio, emblema della vocazione imprenditoriale della città di Prato che si afferma, come in altre città europee, con la Rivoluzione Industriale. Infine a Carmignano nello Spazio d’arte Alberto Moretti/Schema Polis, dedicato allo studio e alla promozione di alcune significative esperienze artistiche dal secondo dopoguerra ad oggi, a partire dall’opera di Alberto Moretti e dall’attività della storica galleria Schema da lui fondata e diretta a Firenze fra il 1972 e il 1994.

Il percorso espositivo si conclude negli spazi di Dryphoto arte contemporanea dove sono raccolti materiali editi su Thomas Ruff: libri, cataloghi, edizioni.

THOMAS RUFF PRATO 16.10-11.12/2010 sarà accompagnato da una pubblicazione. Il libro, con testi critici di Pier Luigi Tazzi, fra gli altri, e apparato fotografico documentativo della mostra, verrà presentato giovedì 4 dicembre presso la Biblioteca Lazzerini a Prato.

 

Realizzato da Andrea Abati nell’ambito del laboratorio in convenzione tra Azienda USL 9 di Prato e Dryphoto arte contemporanea. Storie e dialoghi dei partecipanti.

Andrea Abati ringrazia Sabra Manetti e Francesca Frau per la collaborazione alla fase progettuale, organizzativa, oltre che alla realizzazione del progetto “fotoromanzo”. Ringrazia inoltre per la collaborazione e la disponibilità delle strutture: Revet Spa, Penny Market Italia srl, Casa del Popolo di Coiano, Animal House, Cooperativa Via del Campo, Caffè al Teatro, Polisportiva Aurora.

Un ringraziamento inoltre a: Dryphoto arte contemporanea per le opere Jiu Yue Jiu de Jiu di Xu Tan e Beggar 2.0 di Saso Sedlacek. Un ringraziamento particolare a: Sergio Mazzuoli relazioni con il pubblico ASM.
Il progetto grafico è di Luca Sguanci.

 

 

da Atlante Italiano 007 – rischio paesaggio

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliese 23, Prato
/ Date: 12 dicembre 2009 – 20 febbraio 2010
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea

Andrea Abati appartiene alla generazione della fotografia italiana di paesaggio degli anni Settanta. Punto di partenza del suo lavoro sono l’analisi delle trasformazioni del paesaggio architettonico industriale, l’osservazione simbolica della natura antropizzata, l’attenzione all’avvicendarsi delle genti e al mutamento del tessuto sociale della città attraverso un uso della fotografia come strumento di conoscenza e di relazione tra il sé e il mondo.

Usual Landscape, la mostra presentata in Dryphoto arte contemporanea, è una parte del lavoro prodotto per Atlante Italiano 007 – rischio paesaggio, un progetto di committenza sui temi del paesaggio italiano. Paesaggio, architettura e fotografia d’autore sono state chiamate dal MAXXI_museo nazionale delle arti del XXI secolo per accrescere gli strumenti di salvaguardia e tutela del territorio italiano e incrementare il nostro patrimonio culturale. A quindici fotografi è stato affidato il compito di dare forma ad un ‘atlante’ degli elementi più significativi del nostro paesaggio e di ciò che quotidianamente lo trasforma affrontando le criticità emergenti nell’attuale situazione del panorama italiano. Le opere prodotte sono entrate a far parte delle collezioni del MAXXI architettura. Consumo del suolo, alterazioni del tessuto urbano e sociale, disordine edilizio e urbano, degrado, traffico, inquinamento dell’aria, caos acustico e visivo, emergenza rifiuti, minacciano il futuro delle nostre città piccole e grandi. Il paesaggio uno dei pilastri della storia e dell’identità del nostro Paese sta seppellendosi ogni giorno anche in virtù di amministratori pubblici che si lasciano tentare dal consumo indiscriminato del territorio, pur di assicurare introiti adeguati alle loro casse altrimenti vuote. L’intreccio tra rendita immobiliare e speculazione finanziaria, che investe e condiziona anche altri aspetti di questi fenomeni: l’esplodere di nuove forme e spazi di distribuzione commerciale e l’elevatissima crescita di seconde case. Abusi ambientali ormai macroscopici comportano oltre tutto disastri idrogeologici sempre più frequenti e devastanti. Come interagiscono con il paesaggio del centro sud della Toscana la problematica energetica e la sua produzione, lo stato dell’economia, l’arrivo di nuovi cittadini. Questo è l’interrogativo che si è posto Andrea Abati e la consapevolezza che ormai viviamo in un paesaggio compromesso visto solo come bene da consumare lo porta alla conclusione che dobbiamo consapevolmente e volontariamente imboccare un percorso di decrescita dei consumi e delle produzioni di massa delle merci.

a cura di Bert Theis

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23, Prato
/ Date: 2 ottobre – 14 novembre 2009
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Artisti: Andrea Abati, Paola Di Bello, Saso Sedlacek, Xu Tan

 

 

Nell’ambito di Territoria 4, Il grande balzo, progetto itinerante di arte contemporanea della Provincia di Prato, con i Comuni di Cantagallo, Carmignano, Montemurlo, Prato, le associazioni culturali Dryphoto arte contemporanea, Kinkaleri, Spaziorazmataz, con la partecipazione di Cantiere d’Arte Alberto Moretti-Galleria Schema L’Artelier, coordinato dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, realizzato con il contributo della Regione Toscana  della Provincia di Prato, a cura di Bert Theis, anche un progetto in Dryphoto arte contemporanea: una collettiva degli artisti Andrea Abati, Paola Di Bello, Sašo Sedlacek.

Sempre a cura di Dryphoto arte contemporanea Il vino per il 9 settembre installazione proposta da Xu Tan che riprende il titolo di una canzone popolare cinese molto conosciuta i cui temi sono la nostalgia di casa la vita del migrante. La struttura collocata nella PIazza del Duomo è pensata come uno spazio ricreativo dove è possibile cantare il Karaoke. Dentro l’opera di Xu Ta è ospitato il lavoro di Alek O, Karaoke per l’estate: un pretesto per far incontrate in modo informae gli abitanti della città di Prato e rafforzare i legami della comunità.
Andrea Abati nel progetto Prato – via Bresci > via Malaparte analizza la difficoltà di relazione e di socialità esistenti in una media città metropolitana, nel pieno di una forte crisi economica strutturale in un momento di massiccia presenza di cittadini d’origine straniera, in maggioranza cinesi. Sono osservate e raccolte, in maniera quasi provocatoria, foto di luoghi sociali domestici: ingressi, spazi a comune, vani scale, soggiorni di edifici posti in località di Prato scelte solamente per il nome delle vie. Paola Di Bello propone un nuovo capitolo di Framing the Community, progetto avviato a Isola Art Center a Milano e proposto in quest’occasione per gli abitanti della Provincia di Prato: “un set tradizionale di ritratti di piccoli gruppi di persone dellla città, disposti non davanti al consueto sfondo, ma ad una finestra che si apre sul paesaggio urbano. I volontari che si sono fatti ritrarre con amici e famiglia adeririscono  all’idea di far parte di uno specifico paesaggio umano e urbano.” Saso Sedlacek propone Beggar Robot, robot per le persone materialmente svantaggiate interamente costruito assemblando vecchie parti di computer ad altre ottenute senza costo. E’ un’agenzia surrogato, creata per un mondo in cui i gruppi di emarginati non vanno in strada a chiedere l’elemosina, a meno che si trovino nelle condizioni più disperate. Il robot ha accesso ad aree normalmente vietate ai mendicanti, come i centri commerciali, o partecipa a eventi comunitari frequentati dai membri più abbienti della società.

Info:www.territoria.provincia.prato.it

Andrea Abati, Prato Via Bresci Via Malaparte, 2009

Andrea Abati, Prato – via Bresci > via Malaparte, 2009

 

a cura di Lorenzo Bruni

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23 e Monash Univesity Prato Centre (Palazzo Vai), Prato
/ Date: 29 aprile – 20 settembre 2009
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ evento promosso da: Comune e Assessorato alla cultura e alle Politiche, Giovanili, Officina Giovani- Cantieri Culturali, Dryphoto arte contemporanea, Prato
/ in collaborazione con Art&Design Faculty Exhibition della Monash University

Corso di orientamento alle attuali tendenze artistiche e aggiornamento per le istruzioni all’uso pubblico attraverso una sequenza di mostre. Lo spazio di relazione in città e l’archivio, sono i due concetti intorno al quale si sono sviluppati i laboratori e le discussioni coordinate da Lorenzo Bruni e le mostre da lui curate che si sono alternate negli spazi di Dryphoto arte contemporanea.

Il progetto, ideato e seguito da Lorenzo Bruni, ha previsto 4 lezioni teoriche sulle pratiche curatoriali, sulle attuali tendenze artistiche e su come vengono comunicate o messe in pratica; 2 laboratori, uno rivolto ai giovani che vogliono concentrarsi sulla pratica curatoriale e organizzativa di eventi e l’altro a giovani artisti; un incontro rivolto a tutti i partecipanti con l’artista Cesare Pietroiusti.

I risultati, interventi, azioni, performance, installazioni realizzati dai partecipanti al laboratorio sono stati concepiti con l’intento di modificare la percezione dello spazio di Palazzo Vai in occasione del convegno “Archive/Counter-Archive” organizzato da Art&Design Faculty Exhibition della Monash Univesity e hanno dato vita alla mostra finale del laboratorio dal 9 al 16 luglio.

Il 10 luglio, all’interno del convegno, Lorenzo Bruni è intervenuto affrontando il tema dell’archivio rispetto ai risultati raggiunti durante il corso e rispetto al lavoro portato avanti dall’artista Rossella Biscotti, che nell’occasione ha presentato i suoi ultimi progetti e ricerche artistiche.

Le mostre ospitate all’interno dello spazio di Dryphoto arte contemporanea, presentano opere in dialogo tra  loro per una riflessione sulla natura dell’immagine e sulla sua veridicità, su come viene percepita e condivisa. Infatti, tutte le immagini adesso sono vere o false e quindi l’unica cosa che le rende concrete è il tipo di fruizione da parte dello spettatore. Per mettere in evidenza questo, gli artisti in mostra non privilegiano solo lo spazio rappresentato nelle loro foto ma anche lo spazio che le accoglie e che in qualche modo andranno ad illuminare e a vivere in maniera differente. Queste immagini non rappresentano un punto di arrivo ma il mezzo per tendere all’evocazione di una narrazione collettiva e personale che non si vuol limitare solo alla semplice documentazione del reale.
Un ciclo di mostre che fornisce una risposta parziale ma concreta ai temi affrontati nel corso/laboratorio Manuale per autostoppisti dell’arte. Progetto di educazione alla comunicazione visiva e una prima mappatura delle giovani energie presenti sul territorio. Questa formula aperta, rispetto all’idea di mostra episodica chiusa in sé, rispecchia l’idea di rendere permeabile e spazio aperto per incontri il luogo di Dryphoto.

 

/ Avevamo un appuntamento ma io sarò in ritardo
/ a cura di Lorenzo Bruni
/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23 Prato
/ Date: 29 aprile – 9 maggio 2009
/ Artisti: Giorgia Accorsi, Silvia Bongianni, Vittorio Cavallini, Irina Kholodnaya

Le opere presenti in Avevamo un appuntamento ma io sarò in ritardo  sono un  tentativo non di rappresentazione ma di evocazione del movimento di un dato soggetto  e ne testimoniano il suo transito come l’auto e la luna nell’opera di Vittorio Cavallini, le auto nella discarica di Irina Kholodnaya, le cicche e i bicchieri di Silvia Bongianni, le mani dei due personaggi del video di Giorgia Accorsi. Il corpo del soggetto in queste fotografie quasi si fa rarefatto e proprio per quello viene maggiormente evocato e chiamato in causa. La fotografia di tipo urbano (dalla sua nascita) da sempre rappresenta anche persone in transito per le strade, le quali però risultano ferme e statiche come congelate in quel dato istante temporale già passato. La domanda inconscia che emerge dall’associazione delle opere in mostra riguarda come sia possibile rappresentare questo camminare, questo andare, questo desiderio di viaggiare delle persone che in solitudine attraversano lo spazio urbano e non. La risposta avviene ponendo l’attenzione sul dialogo tra spazio rappresentato nelle immagini e spettatore. Questa chiave di lettura parziale non vuole imbrigliare le opere in una unica visione di significato ma si propone come stimolo di discussione all’interno delle lezioni del laboratorio.

Giorgia Accorsi (Latina, Italia, 1977. Vive e lavora a Roma). Le parole non dicono mai quello che voglio, 2007, video, 4’30’’. Il video alterna l’immagine fissa di due sordomuti che parlano attraverso il linguaggio dei segni. Mentre il dialogo tra i due si fa più concitato e i gesti delle mani sono monumentalizzati da un breve rallentamento lo spettatore si rende conto di e ssere l’unico testimone e depositario di questo tentativo di comunicazione poiché le due persone si trovano in due luoghi differenti e sono messe in relazione solo attraverso il particolare montaggio video.

Silvia Bongianni (Firenze, Italia, 1975. Vive e lavora a Firenze). Blast, 2005-2008, serie di stampe lambda a colori su cibachrome, cm 30×50. Questa serie di fotografie rimanda a luoghi differenti del mondo accomunati dallo sguardo dell’artista caratterizzato da un sentimento di estraniamento misto a stupore. L’opera 14 febbraio 2009 è composta da 4 singoli frammenti di fotografie e rimanda al tentativo di rendere più istanti compresenti: la metamorfosi della sposa e i movimenti di lei e attorno a lei nel giorno del suo matrimonio.

Vittorio Cavallini (Lucca, Italia, 1973. Vive e lavora a San Miniato). Un mese, 2008, stampa fotografica in bianco e nero, cm 23,8×17,6 e video su monitor. L’associazione tra la piccola stampa della luna e il video documentativo dell’auto dell’artista, lasciata in una cava per un mese, rimanda alla nuova condizione e percezione del mondo da parte dell’artista, che per la durata di un mese si è dovuto muovere senza automobile.

Irina Kholodnaya (Voronezh, Russia, 1985. Vive, studia e lavora a Firenze). Forma, 2006, dittico, stampa digitale in cornice d’argento, 30×40 cm. Le due fotografie presentano parti di un corpo di una giovane ragazza al sole. Lo sguardo vertiginosamente ravvicinato sul soggetto rende la dimensione autovoyeuristica una dimensione astratta fatta di pure forme. L’approccio di tipo astratto geometrico che rende le opere dell’artista evocative e oggettive allo stesso tempo lo ritroviamo anche nella sequenza lanterna anche se in questo caso viene approfondito il rapporto tra ritmo e ripetizione.

/ Mi ricordo di noi
/ a cura di Lorenzo Bruni
/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23 Prato
/ Date: 21 maggio – 7 giugno 2009
/Artisti: Gabriele De Santis, Raffaele Luongo, Osvaldo Sanviti, Felice Serreli

Le opere presenti in Mi ricordo di noi ruotano attorno all’idea di identità. Chi sono? cosa vedo? Chi ero quando ho incontrato quelle date persone in quello specifico luogo? O meglio chi volevo essere quando mi sono trovato in quella situazione? La fotografia d’epoca con il volto annerito sul muro da un accendino di Gabriele De Santis, il dittico con i disegni di Felice Serreli che si sviluppano attorno al nastro adesivo applicato sulla superficie, il libro di immagini di Osvaldo Sanviti di soggetti ripresi in solitudine, che osservati uno dopo l’altro riconquistano una dimensione corale inaspettata e perduta, il video di Raffaele Luongo sul come ripensare l’arte e come metterla in pratica nella propria intimità,pongono una domanda inconscia che emerge dalla loro associazione nella mostra e riguarda la domanda sul peso della memoria collettiva/personale e su come reagiamo ad essa. Proprio partendo da questa domanda gli artisti hanno proposto opere che indagano il concetto di traccia e hanno il potere di evocare un messaggio e un desiderio di dialogo e di scoperta dell’altro simile a sé. Come per la prima collettiva, anche in questo caso, la risposta avviene ponendo l’attenzione sul dialogo tra lo spazio rappresentato, le immagini e lo spettatore. Questa chiave di lettura parziale non vuole imbrigliare le opere in una sola visione di significato ma proporsi come stimolo di discussione all’interno delle lezioni del laboratorio.

Gabriele De Santis (Roma, Italia, 1983. Vive e lavora a Roma). Senza titolo, 2007, video. Il video consiste in un movimento lento sulla superficie di fotografie d’epoca di ritratti di gruppo le cui facce sono invisibili poiché non cancellate ma come asportate. Questo non è un atto malinconico che esprime il problema generale della perdita di memoria collettiva, ma un mettere in evidenza le situazioni che si vivono con gli altri e la necessità di desiderarne altre. L’altra opera di De Santis consiste in un trapano che sospeso nel vuoto continua a funzionare senza creare nessun effetto, negando così la sua funzione. All’estremità della punta c’è un foglio che gira su se stesso e porta su di sè una lettera, scritta a mano, che si mostra ma non si dona del tutto al nostro sguardo.

Raffaele Luongo (Caracas, Venezuela, 1966. Vive e lavora tra Napoli e Firenze). Raffaele e l’arte contemporanea, 2003, video. Immagini di capolavori dell’arte sfrecciano di fronte a noi. Perché quelle opere? Perché esposte in quel modo? Le domande sul ruolo del museo, sul senso dell’associazione di particolari opere d’arte e sull’allestimento vengono risolte dall’artista nella costruzione della sua personale classifica di opere d’arte nel luogo asettico di un bagno piastrellato. Questo mondo personale viene condiviso con gli “altri” e la fruizione viene permessa dal movimento concitato di una macchina giocattolo elettrica con la videocamera montata sopra.

Osvaldo Sanviti (Nato a Pistoia, vive e lavora a Firenze). Drumming, 2009, serie di stampe inkjet a colori, cm 21×29. L’immagine è quella di un ragazzo che suona la batteria che, preso dalla concitazione dei movimenti, ci mostra, nel reclinare la testa, solo la sua capigliatura. Il contesto diviene quel gesto di eterna ribellione e indice di giovinezza. La sequenza è composta da una serie di quattro fotografie che ripropongono la stessa immagine, una polaroid trovata su inernet, che perde colore e nitidezza via via che viene stampata e scansionata nuovamente. Le immagini sembrano tutte uguali e tutte diverse come il ruolo impersonato dal ragazzo ritratto.

Felice Serreli (1974, Cagliari, Italia. Vive e lavora a Milano). 4Mhz, 2006, stampa fotografica cm 40×65 e video. La fotografia è quella di un cubo di polistirolo consumato negli angoli. L’oggetto galleggia su un fondo neutro come se si mostrasse al mondo per la prima volta. Vicino alla fotografia si trova un video, 4Mhz, in cui un uomo in giacca e cravatta, l’artista stesso, corre trascinando con sé proprio quel cubo di polistirolo, che rappresenta niente altro che la sua memoria.

/ Invocare Istanti
/ a cura di Lorenzo Bruni
/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23 Prato
/ Date: 10 luglio – 20 settembre 2009
/Artisti: Stefania Balestri, T-Yong Chung, Michelangelo Consani, Yuki Ichihashi, Diego Tonus

Le opere presenti in Invocare Istanti ruotano attorno all’idea catalogazione. Catalogare cosa, perché e soprattutto per chi? La risposta che forniscono gli artisti riguarda il tentativo di riattivare memorie passate rendendole dei mezzi per una riflessone sul presente. Proprio come degli strumenti con cui confrontarsi con il mondo possono essere letti il tavolo con la sequenza di variazioni di colle che implodono su loro stesse di Diego Tonus, i dadi con le immagini di vari mezzi di locomozione di T-Yong Chung, l’immagine di una festa di minatori della fine dell’800 ripresa da internet di Michelangelo Consani, le immagini di interni/esterni di case reali/immaginarie che ritornano con le opere di Stefania Balestri e le fotografie di “entità” differenti incontrate per caso nell’arco temporale di un giorno di Yuki Ichihashi. Le loro opere sono dei mezzi per rileggere dei mondi ma anche per immaginarne degli altri. Questi mondi però non stanno solo nel campo delle idee ma hanno una loro concretezza e possibilità di inveramento. La fotografia della festa dei minatori di un’altra epoca di Michelangelo Consani è visibile come screensaver sul computer (ricordando oggi che gli archivi sono contenitori immateriali in rete) ma ottiene una concretezza particolare attraverso gli inviti stampati per la festa diffusi in vari spazi della città. La diaproezione di Yuki Ichihashi rende permanente l’immagine dell’artista stessa che si affaccia da una finestra all’interno del luogo della Dryphoto. L’archivio di gesti e di sculture di Diego Tonus acquista una dimensione particolare integrato con un tavolo progettato appositamente per la nuova funzione. Il video di T-Yong Chung crea permette un atmosfera di drammatizzazione attraverso il modo di osservare i passanti dalla sua finestra di casa facendo sembrare tutto un video games. Le fotografie di frammenti di una storia poetica divengono veri solo nella nova composizione fotografica per Stefania Balestri. Come per le altre mostre collettive anche in questo caso la risposta avviene ponendo l’attenzione sul dialogo tra lo spazio rappresentato nelle immagini e lo spettatore. Questa chiave di lettura parziale non vuole imbrigliare le opere in una sola visione di significato ma proporsi come stimolo di discussione all’interno delle lezioni del laboratorio.

 

a cura di Alba Braza Boïls

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23 e Vicolo del Casino, Prato
/ Date: 15 novembre – 24 dicembre 2008
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea

Ricorrenza è un lavoro iniziato da Greta Alfaro (Pamplona, 1977) nel 2006 quando è a Città del Messico ospite del Governo messicano per una borsa di studio e che l’artista svilupperà in seguito presso Casa de Velázquez (Madrid) all’interno di un programma di residenza per giovani artisti. In questo lavoro Greta Alfaro parte da fotografie che ha trovato nei mercatini di seconda mano delle città dove ha abitato o che ha visitato, scatti anonimi fra gli anni ’50 e ’80 che raccontano compleanni, battesimi, pranzi di famiglia, ricorrenze in case private di diversi paesi del mondo. Partendo da questi scatti l’artista interviene inserendo in ogni immagine, con discrezione ma senza pudore, un particolare che smaschera situazioni di conflitto. La fotografia di un felice brindisi dove non tutti possono avere in mano la coppa per brindare o un ritratto di gruppo intorno ad un tavolo alla fine di una festa dove in primo piano appare una signora che sembra avere un’ecchimosi violacea su una guancia. Queste opere saranno esposte in un appartamento da tempo disabitato di Palazzo Dragoni, in Vicolo del Casino, mentre Dryphoto arte contemporanea ospita Budapest-Viena, una installazione che traforma la prima stanza della galleria un salotto di altri tempi. Una tavola apparecchiata senza commensali lascia intravedere un pranzo interrotto all’improvviso: sul tavolo un bicchiere rotto, del vino rovesciato, strumenti medici, medagliette religiose, biancheria intima e altri oggetti ci parlano di misteri che Greta Alfaro non svela ma lascia al nostro immaginario e alla nostra interpretazione.

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Sede: Prato, sedi varie
/ Date: Ottobre 2008
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Realizzato nell’ambito di Territoria3, un progetto di Provincia di Prato, Assessorato alla Cultura
/ Con il contributo di Regione Toscana

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Second Escape è il lancio della pubblicazione, dallo stesso titolo, edita da Gli Ori, della prima estesa monografia sull’opera (dal 1998 al momento attuale) di Robert Pettena, l’artista nato a Pembury in Inghilterra nel 1970 e, fin dai suoi inizi, attivo a Firenze. Si articola in una serie di mostre e di eventi, incentrati su opere dell’artista dal 2001 ad oggi, dislocate in luoghi istituzionali fra i più importanti della città, quali Palazzo Banci Buonamici, sede della Provincia di Prato, il Palazzo della Prefettura, il Teatro Metastasio, Palazzo Vaj, attualmente sede della Monash University Prato Centre, nonché nello spazio espositivo di Dryphoto arte contemporanea che ne è l’ente organizzatore.
Il libro, le mostre e gli eventi che accompagnano il suo lancio sono a cura di Pier Luigi Tazzi che dell’artista dice: “Pettena non tende a creare o a ripensare modelli, quanto a cogliere dei momenti in cui si manifesta un senso …” e continua “Tende a mettere in scena quelli che gli Inglesi chiamano pun, giochi di parole, quindi, più che giochi di linguaggio, jeux de langage. Di quest’ultimi giustamente diffida ritenendoli trappole autoritarie nel momento stesso che si danno come autorevoli, lui che è refrattario ad ogni autorevolezza. E perciò mantiene sempre la dimensione del gioco, come scappatoia, più ancora che come uscita di sicurezza: second escape.” (Pier Luigi Tazzi, Second Escape, Gli Ori, Prato 2008).
http://www.gliori.it/abs_pdf/Pettena.pdf

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curated by Pier Luigi Tazzi

/ Location: Prato
/ Dates: October 2008
/ Organization: Dryphoto arte contemporanea
/ Realised in the occasion of Territoria3, a projet by Provincia di Prato, Assessorato alla Cultura
/ With the contribution of Regione Toscana

Second Escape is the launch of a book with the same title published by Gli Ori, the first extensive monograph on the work (from 1998 to the present) of Robert Pettena, the artist born in Pembury, England in 1970 and active in Florence since the start of his career. It is also a series of exhibitions and events focusing on the artist’s works from 2001 to today, held in some of the most important institutional sites of the city, like Palazzo Banci Buonamici, headquarters of  the Province of Prato, Palazzo della Prefettura, Teatro Metastasio, Palazzo Vaj, now the location of the Monash University Prato Centre, as well as the exhibition space of Dryphoto arte contemporanea, the organizer of the initiative. The book and the exhibitions and events that accompany its release have been edited/curated by Pier Luigi Tazzi, who describes the artist as follows: “Pettena tends not to create or rethink models, but to capture moments in which a meaning is evident […]. He tends to stage what the English call ‘puns’, word games, then, rather than games of language, jeux de langage. He justifiably distrusts the latter, seeing them as authoritarian traps, since they present themselves as authoritative, and he is wary of anything authoritative. So he always preserves the dimension of play, as an escape route more than a security exit: second escape” (Pier Luigi Tazzi, Second Escape, Gli Ori, Prato 2008).  
http://www.gliori.it/abs_pdf/Pettena.pdf

Robert Pettena, Palermo Dub, 2006, Monreale

Robert Pettena, Palermo Dub, 2006, Monreale

 

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23, Prato
/ Inaugurazione: sabato 19 gennaio, ore 19:00
/ Date: 19 gennaio – 14 marzo 2008
/ Artisti: Mariette Schiltz, Stefano Boccalini

Dryphoto arte contemporanea, attivo dal 1981, negli ultimi anni si è interessato sempre di più alle pratiche ed espressioni artistiche che guardano verso l’esterno, causano domande. Privilegia i progetti artistici che mettono in questione i meccanismi di produzione, la ricezione e/o la costruzione della cultura nella nostra società come pratica speculativa. Porta l’attenzione attraverso l’arte su particolari sviluppi nella società e privilegia chi con la propria pratica artistica mette in evidenza, fra i vari temi, i fallimenti delle promesse delle democrazie liberali.
Per queste ragioni Dryphoto arte contemporanea ospita alcuni lavori di Isola Art Center sperando anche di poter così dare un contributo affinché il progetto possa continuare ad esistere.
Nella prima sala dello spazio il video di Mariette Schiltz Isola nostra, 2007 presentato all’ultima Biennale di Istanbul, e nella seconda due video dell’artista Stefano Boccalini, Stone Island, 2007 e Wild Island – Archivi 2.0., 2002.

Isola nostra di Mariette Schiltz racconta la storia di Isola Art Center, delle persone e delle associazioni che attraverso diverse iniziative collettive hanno lavorato al progetto.
In Stone Island, 2007 Stefano Boccalini continua il lavoro con gli abitanti del quartiere con una doppia narrazione quella delle persone intervistate e quella della ripresa che mostra lo spazio vissuto nel quartiere.
Wild Island, 2002 mostra Stefano Boccalini e gli abitanti del quartiere che si sono uniti per ribadire la necessità di difendere degli spazi di aggregazione che sarebbero andati distrutti creando un orto giardino comunitario nei giardini adiacenti alla Ex Stecca degli Artigiani.

“L’Associazione Isola dell’Arte si costituisce nel 2003 come risultato dei progetti di arte contemporanea iniziati all’Isola nel 2001. L’associazione viene creata da una trentina di artisti, critici, editori e direttori di musei. L’obiettivo è di lavorare con le associazioni di quartiere per la difesa degli spazi pubblici dell’Isola e per promuovere e realizzare un centro per l’arte nel secondo piano della Stecca degli artigiani. A questo scopo viene lanciata una petizione al comune di Milano, che raccoglie più di mille firme all’Isola, nel mondo dell’arte e della cultura a Milano, in Italia e nel mondo. La Stecca degli artigiani è una fabbrica dismessa di proprietà comunale situata tra i due giardini di Via Confalonieri, in parte affittata ad artigiani e associazioni ed in parte occupata da individui, artigiani ed associazioni. Dal 2003, l’Associazione Isola dell’Arte organizza mostre, conferenze e incontri al secondo piano della Stecca degli artigiani. La programmazione mira a un livello di qualità internazionale: il progetto della Biennale di Cecenia, le mostre Artchitecture of change, Revolution is on hold, The People`s Choice o Women shi gaibian portano all’Isola artisti dai 5 continenti. Isola Art Center viene inaugurato in aprile 2005 dall’Assessore alla cultura della Provincia di Milano, Daniela Benelli. Nello stesso tempo si creano collaborazioni con docenti di università e accademie: Politecnico di Milano, Accademia di Brera, Accademia Carrara di Bergamo, Nuova Accademia di Belle arti di Milano, Istituto Europeo di Design. Per alcune mostre il centro d’arte riceve finanziamenti dalla Provincia di Milano, mentre il sito www.isolartcenter.org viene creato grazie all’aiuto della American Center Foundation di New York. Per la sua programmazione il centro ospita in permanenza un certo numero di progetti culturali e sociali: Love Difference, legato alla Fondazione Pistoletto, Città dell’Arte; Osservatorio in Opera, che si occupa di opere d’arte distrutte; Stazione Isola, che sta preparando una guida del quartiere Isola; Sugoe, un laboratorio di giovani artisti e designer; OUT, l’ufficio per la trasformazione urbana formato da artisti, architetti, designer e altri studiosi; Millepiani, un gruppo di filosofi che edita la rivista dello stesso nome; Undo.net, il progetto italiano di arte contemporanea più importante su internet; Forum Isola, l’espressione rappresentativa del quartiere Isola composto dall’Associazione Isola dell’Arte, Comitato “I Mille”, e dall’Associazione Genitori “F. Confalonieri”. Finora Isola Art Center ha organizzato 27 mostre con opere di più di 200 artisti italiani ed internazionali, 13 progetti speciali e 25 conferenze, documentati sul sito di Isola Art Center.
Nell’aprile del 2007 Isola Art Center viene sgomberato dalla polizia con un pretesto e l’edificio comincia a essere demolito, fino alla completa distruzione alla fine del 2007. Isola Art Center continua le sue attività nel quartiere Isola rinunciando per ora ad avere un suo spazio fisico, e utilizzando di volta in volta strade e altri luoghi del quartiere.” [Isola Art Center]

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Date: 19 e 20 gennaio 2008
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Con il contributo di Regione Toscana – TRA ART Rete Regionale per l’Arte Contemporanea – e Assessorato alla Cultura della Provincia di Prato

La città che sale è l’individuazione in città di due movimenti quello dell’arte contemporanea e quello dei nuovi immigrati di origine straniera. Negli ultimi anni accanto a figure con vari ruoli professionali e spazi ormai consolidati sono nati nuovi studi di artisti e nuove gallerie. Gallerie, studi di artisti, laboratori, curatori formano un insieme, una parte della città che continuamente si propone, modifica il presente, individua obiettivi e si mobilità per raggiungerli. Immigrati di origine straniera una forza ben riconoscibile, che si muove in gruppi separati che talvolta hanno obiettivi comuni, che esprime tutto il vigore di chi lotta per esistere. Un movimento che manda avanti spezzoni significativi di settori della nostra economia. Due movimenti dove circola energia dove si ha forte la sensazione della città che sale. Uno degli obiettivi del progetto e anche tema del mini convegno della prima giornata è capire se esiste una situazione dell’arte in città. E’ una nostra proiezione? E’ un agglomerato arrivato casualmente? Perchè Prato? Qui la situazione dell’arte contemporanea galleggia su un vuoto, un vuoto denso la cui densità è dovuta sia alla forza economica della sua storia sia alla situazione determinata dalla presenza cospicua degli immigrati stranieri che hanno un ruolo importante nell’assetto economico attuale. Parafrasando Gaetano Salvemini possiamo dire che: Essere artista è sostanzialmente conoscenza e libertà. Anche se queste richiedono un sapere non astratto… ma esperienza effettivamente vissuta nella sua interezza. Un artista è come un naufrago che impara a vivere in un certo senso con la terra e non sulla terra, egli non è come Robison Crusoe il cui scopo era di colonizzare la sua piccola isola, ma somiglia molto di più a Marco Polo, con il suo senso del meraviglioso che non lo delude mai, egli è sempre un viaggiatore, un ospite provvisorio, non un profittatore, un conquistatore, o un razziatore. Essere cittadino di origine straniera significa muoversi con difficoltà significa dipendenza dal rinnovo di una tessera magnetica chiamata permesso di soggiorno e dalle pratiche burocratiche necessarie per ottenerla. E’ un passato “invisibile” riscattato solo in alcuni casi da un decreto flussi. É una lotta continua per la sopravvivenza. Eppure questa presenza ricattabile ogni giorno, resa debole, forma parte consistente di quella densità su cui poggia anche il mondo dell’arte contemporanea. Nella seconda giornata rappresentati di varie comunità parleranno della loro esperienza in città. Saranno invitati a parlare anche rappresentanti di istituzioni referenti in città per le varie comunità, sindacati, assessori, Prefetto, Questura. Il progetto cercherà di mostrare come le istituzioni da una parte e la collettività dall’altra reagiscono a questo stato di cose.

Programma

19 gennaio 2008
9:30 punto di ritrovo piazza Stazione tour in autobus
10:00 – 11:30 visita guidata studi aperti: Emanuele Becheri, Franco Menicagli
11:30 – 13:00 mini convegno Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, moderatore: Marco Bazzini – direttore artistico Centro Luigi Pecci, intervengono: Saretto Cincinelli, Lorenzo Giusti, Alessandro Sarri – curatori, provocatore Pier Luigi Tazzi
13:00 – 14:30 pranzo
14:30 – 17:30 visita guidata laboratori: Loris Cecchini, Andrea Abati
18,30 – 20,00 visita guidata gallerie: Dryphoto arte contemporanea Galleria Enrico Fornello, Project Gentili
21:00 cena

20 gennaio 2008
Convegno presso il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
11:30 – 13:00 intervengono appartenenti varie comunità straniere in Prato
13:00 – 14:30 pausa pranzo
14:30 – 17:00 intervengono appartenenti varie comunità straniere in Prato, rappresentanti sindacali CGIL CISL UIL, assessori della Provincia e del Comune di Prato, rappresentanti della Prefettura, rappresentanti della Questura, rappresentanti CCIA
17:00 visita mostra Drawings in action, a cura di Lorenzo Giusti (Centro Pecci)

18:00 visita guidata performance Gruppo Kinkaleri studi aperti: Massimo Barzagli
18:30 visita guidata laboratori: Officina Giovani

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23, Prato
/ Date: 26 Settembre – 10 Novembre 2007
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Artisti: Hans Van der Meer e Hiroto Fujimoto

Natura e città, parole che evocano modi di vivere e visioni del mondo tra loro inconciliabili: natura silente, incontaminata, città caotiche piene di traffico, persone, rumori. Hans Van der Meer e Hiroto Fujimoto mostrano invece come questo dualismo non sia così netto e come diversi elementi possano essere indifferentemente parte dell’uno o dell’altro mondo.
Hans Van der Meer, testimone della multiforme realtà delle città europee e extraeuropee, con le sue vedute panoramiche non registra l’immagine di un solo luogo, ma in un’unica immagine fotografica convoglia la realtà di diverse vie cittadine; egli riesce, così, a dare voce contemporaneamente alle architetture, al passaggio di uomini e mezzi, al paesaggio urbano. Il fotografo moltiplica, pertanto, non solo i punti di vista della visione, ma anche la nostra percezione spaziale delle città.
La natura è invece il centro nodale del lavoro di Hiroto Fujimoto. Le sue immagini raffigurano luoghi diversi e lontani del pianeta: Irlanda, Islanda, Francia Giappone. Luoghi remoti forse ancora incontaminati, dove le tracce dell’intervento umano sono deboli o apparentemente assenti. L’artista viaggia alla ricerca di uno stato di purezza della natura, che sia evocativo di una qualità dello spirito. Le immagini di Hiroto Fujimoto ci colpiscono per gli orizzonti estesi ed essenziali.

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea e Monash University Centre, Prato
/ Date: 23 maggio – 30 giugno 2007
/ In collaborazione con A.I.L.A.E. ACCADEMIE ITINERANTE DES ECHANGES LANGUES ET ARTS EUROPEENNES e Italia Nostra onlus

Kewin Shaw è un antropologo australiano che usa la fotografia per parlare della vita che lo circonda. Una esistenza avventurosa che lo porta dal lavoro, alla età di 17 anni in una fabbrica di armi e munizioni militari, alla laurea in antropologia, fino ad essere coinvolto nel 1993 in un ente governativo per l’amministrazione dell’Aboriginal Heritage Act 1972 of Western Australia e in seguito dal 1996 al 2002 unico amministratore. Una attività a tutela della cultura indigena svolta fianco a fianco degli indigeni dove essi diventano i suoi compagni, Mates appunto. La mostra comprende fotografie, video e suoni. Durante il suo lavoro decennale a contatto con gli indigeni e con le terre più remote dell’Australia matura insieme all’impegno politico di salvaguardia della cultura indigena anche una coscienza ambientalista. Kewin Shaw elabora un pensiero che lo porta a considerare l’arte e la fotografia non solo strumento estetico per raccontare il mondo ma un mezzo per denunciare la politica della distruzione culturale e ambientale a opera del governo australiano e delle multinazionali. Del suo lavoro l’autore dice: “Sono immagini che celebrano la vita. Spero che ispirino e motivino la gente a mettere l’ecologia sostenibile davanti al desiderio di una ricchezza immediata ottenuto dall’ipoteca del pianeta e invogli alla costruzione di un mondo pacifico dove la gente sia predisposta ad amare ed essere creativa in tutte le cose che santificano la vita.”

 

Kewin Shaw, Dickieand Paul Kewin Shaw, Ngarra Kewin Shaw, Yaydjbarriya Kevin Shaw, Gurnjarn Kevin Shaw, Angubirra Kewin Shaw, Ngarra

SDF Macrolottozero /2006

Le città diventano sempre più luogo di transito e di transizione, nuovi cittadini, nuovi abitanti. È sempre più indefinibile chi siano i veri abitanti, i nativi (forse prossimi migranti) o gli immigrati di ieri (forse nativi di domani). Impossibile capire chi deve chiedere cittadinanza (e a chi chiederlo), chi siano i cittadini (veri) della (nuova) città che stiamo costruendo.
L’arte entra sempre più nelle pratiche sociali, portandoci le sue lucide visioni, con filosofie ed utopie concrete. La pratica artistica è una delle modalità che contribuisce alla definizione (e formazione) di una società in transizione. Sono sempre più numerosi eventi che nascono fuori da cornici deputate, esterni spesso anche a gallerie e spazi alternativi; reinventano pratiche collettive e/o intervengono direttamente nel sociale, nella sfera politica (produzione di visioni ideali di progetti di vita – scelte di percorsi strategici necessari).
L’artista può abbandonare il concetto di opera e pensare che attivare pratiche artistiche nella sfera pubblica sia prioritario, una necessità imprescindibile. Diventa necessario avviare percorsi su identità/appartenenza, singolarità/moltitudine.
La pratica laboratoriale (condividere) si sostituisce alla produzione (di opere), rendendo inutile, forse, anche il concetto stesso della necessità di produrre (opere).

Progetto di Andrea Abati, organizzazione Dryphoto arte contemporanea.
Sdf è stato il primo progetto di arte partecipata realizzato da Andrea Abati e Dryphoto arte contemporanea nel quartiere del Macrolotto zero di Prato.

macrolotto_zero
sabato 17 giugno 2006 ore 18 azione urbana
Dryphoto arte contemporanea – Trattoria Ars Libandi – Monash Univeristy Prato Centre – Doner Kabab – Giardini di via Colombo – via delle Segherie diversi tratti

Artisti, curatori e professionisti si confrontano intorno ai concetti di cittadinanza e appartenenza. Lavori di osservazione e descrizione, immagini e video, si affiancano ad azioni che tengono conto dello spazio urbano e della lingua parlata.
Daria Filardo, Andrea Abati, Stefano Boccalini, Renate Aller, Simone Bizzi, Augusto Buzzegoli, Stella Carbone, Alessandro Colzi, Valentina Lapolla, Alex Lin, Luca Sguanci, Luca Agnelli, Massimiliano Benelli, Bambina Cignola, Martino Del Giudice, Argentina Giusti, Alessia Lombardi, Giuseppe Marchi, Alessandro Pagni, Andrea Pagni, Vito Puopolo, Arrigo Zerlotin, Hideko Ashizawa, Fabio Barile, Barbara Cucinotta, Adrien Francillon, Rachael Hee, Jin Kim Marco Lachi, Emanuele Lotti, Andrea Santoni, Giacomo Bernocchi, Osvaldo Coppini, Angelo Formichella, Benedetta Rugi.

L’azione si articola in un percorso che parte dalla galleria Dryphoto arte contemporanea in via Pugliesi 23, Prato alle ore 18 del 17 giugno per espandersi in una porzione della città denominata macrolotto zero, situata a ridosso delle mura medievali, con ancora insediamenti industriali di forte impatto ambientale, civili abitazioni e centro della comunità cinese della città.
Artisti, curatori, professionisti di diverse discipline si confrontano intorno ai concetti di cittadinanza e appartenenza.  Lavori di osservazione e descrizione, immagini e video, si affiancano ad azioni che tengono conto dello spazio urbano e della lingua parlata.

Durante la mostra è stata attivata un’area virtuale interattiva a cura di Daria Filardo.

In allegato il pdf del progetto

In allegato il pdf del progetto: SDF_macrolottozero_1 SDF_macrolottozero_2

 

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SenzaDimoraFissa nasce nel 2006 da un progetto dell’artista Andrea Abati e dello spazio Dryphoto arte contemporanea, come laboratorio permanente sul rapporto fra pratiche artistiche e contesto urbano, un punto di partenza per disegnare una mappa della città dei molti [1].

SenzaDimoraFissa sono: Andrea Abati, Augusto Buzzegoli, Stella Carbone, Vittoria Ciolini, Alessandro Colzi, Diego Doretti, Valentina Lapolla, Silvia Masi, Luca Sguanci.
SenzaDimoraFissa si costituisce come gruppo di artisti e interviene con pratiche di ascolto, relazionali, conviviali, compie operazioni di osservazione e interpretazione interagendo con l’ambiente investigato e con i suoi abitanti. Sulla base di queste premesse nel 2006 ha avuto luogo la mostra macrolotto zero, l’anno dopo invece è cominciato il progetto Capodanno Cinese.

/ progetto Capodanno cinese 2007 – azione
Nel 2007 l’amministrazione comunale di Prato decise di impedire, per motivi di ordine pubblico, il regolare svolgimento della sfilata del dragone: il percorso vietato fu quello che, attraversava via Filzi e via Pistoiese, zone a alta concentrazione di abitanti di origine cinese, fino a raggiungere il vicinissimo centro storico e il naturale sbocco delle stesse vie in piazza del Comune.
SenzaDimoraFissa organizza uno spazio di discussione capodannocinese@gmail.com e una serie di azioni per far emergere il dissenso di quella parte di società civile che non si riconosceva nella linea adottata dall’amministrazione della città e che invece quotidianamente portava avanti microstorie di interazione tra nuovi e vecchi cittadini, contribuendo all’affermarsi di un nuovo concetto di cittadinanza reale, basato sulla condivisione di uno spazio vissuto.
In particolare sceglie di intervenire con un gesto performativo: Augusto Buzzegoli traccia il percorso dove si doveva svolgere la sfilata con una lenta camminata, a volte interrotta dalla necessità di lasciare sull’asfalto dei segni del passaggio, bloccando con la sua presenza l’innervosito traffico della mattina.
In parallelo a questo gesto vengono distribuite, ai negozi lungo la strada del percorso della performance, delle cartoline con immagini di capodanni cinesi degli anni passati. Le cartoline potevano essere vendute oppure distribuite.
L’operazione complessiva è stata di fatto un gesto di restituzione e un tentativo di inversione rispetto al sovvertimento, ideologico anche se apparentemente naturalizzato attraverso il fantasma dell’ordine pubblico, dei piani di visibilità (e di leggibilità) del “capodanno cinese”.

Questo gesto è stato il primo presupposto per la collaborazione con l’Associazione Buddista della Comunità Cinese in Italia che si è sviluppata negli anni successivi e che dura tuttora per l’organizzazione del capodanno da parte di Dryphoto arte contemporanea.
SenzaDimoraFissa si avvicina alla collaborazione per l’organizzazione dei festeggiamenti del Capodanno e nello specifico della Danza del Drago, partendo dal desiderio di ripensare tutti insieme, le persone che abitano in questo momento in città, le modalità del vivere a Prato. L’aspetto più importante del progetto è stato quello di avere tessuto una serie di relazioni fra appartenenti alle due comunità. Sono le relazioni fra persone che permettono uno scambio, una conoscenza reciproca che porta ad un rapporto.

SenzaDimoraFissa ha inoltre preso parte a:

  • Europa Presente. Identità, differenza, relazione, mostra collettiva a cura di Stefano Taccone, Napoli.
  • Capodanno Cinese nell’installazione du Chto Delat, “Common house#3. Laboratorio per l’Arte Contemporanea Stabilimento Teseco”, Pisa.
  • Identificazioni multiple, mostra collettiva “Feste Formate”, Happen Studio, Berlin.
  • Silent Performance – Citizen/Citenzship, “Imagined Australia”, mostra collettiva a cura di J. Hoening, K. Shaw, R. Summo O’Connels, Prato.
  • And my family, “Terre a Mano”, a cura di Stefano Bruschi, Bacchereto.
  • Capodanno cinese, mostra collettiva “Arcipelago, Isole nella rete”, a cura di M. Chini e F. Galluzzi, Firenze.
  • Genti, età, luoghi. Fotografia: terreno d’incontro per il paese che sarà, a cura dell’Archivio Fotografico Toscano, Prato.

[1] “Le città diventano sempre più luogo di transito e di transizione, nuovi cittadini, nuovi abitanti. È sempre più indefinibile chi siano i veri abitanti, i nativi (forse prossimi migranti) o gli immigrati di ieri (forse nativi di domani). Impossibile capire chi deve chiedere cittadinanza (e a chi chiederlo), chi siano i cittadini (veri) della (nuova) città che stiamo costruendo. Nella zona intorno al mio studio, la situazione, anche per la profonda trasformazione di ruolo del settore industriale storico (il tessile), è ancora più accentuata: le funzioni e gli abitanti mutano incessantemente. (…) La pratica laboratoriale (condividere) si sostituisce alla produzione (di opere), rendendo inutile, forse, anche il concetto stesso della necessità di produrre (opere).”
Andrea Abati, Maggio 2006.strong

Capodanno cinese Diverse sedi Prato

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23, Prato e Fondazione Marino Marini, Pistoia
/ Date: 2 Febbraio – 31 Marzo 2007
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea

Alessandro Mencarelli è un avvocato penalista e un fotografo artista che vive e lavora a Pistoia. Nelle sue opere fotografiche parte da quel che gli sta intorno, che segna la sua vita soprattutto professionale,e che, insieme, fa da sfondo alla sua quotidiana esistenza. La macchina fotografica è lo strumento attraverso il quale elabora il proprio dettato poetico, come il pennello per il pittore o la sgorbia per lo scultore, in un modo molto tradizionale di concepire l’opera d’arte. Ma trovandosi questo strumento fra le mani, ed essendosi impratichito ad usarlo, lo usa anche per creare delle storie in forma di una prosa fluente e piana, e questo è carattere più insolito. Le sue opere fotografiche si articolano in serie, ciascuna con un proprio titolo, aperte e chiuse. Quelle presentate in questa doppia mostra a Prato e a Pistoia, rispettivamente Diario dal carcere e Nostalghia, sono da due serie chiuse realizzate ambedue nel 2006. Diario dal carcere prende il titolo da una raccolta di poesie scritte da Ho Chi Minh durante un periodo di prigionia in Cina e pubblicata a Roma nella traduzione dal cinese di Joyce Lussu e con una introduzione di Lelio Basso. Mencarelli ha realizzato delle immagini di una nuova strada di periferia a cui è stato dato il nome dell’uomo politico vietnamita, a ciascuna delle quali ha abbinato una poesia tratta dalla raccolta di cui sopra.

/ Sede: Officina Giovani Cantieri Culturali
/ Date: 1 Dicembre – 23 Dicembre 2006
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Promosso da: TRA ART rete regionale per l’arte contemporanea – Porto Franco – Provincia di Prato – Comune di Prato – Officina Giovani – Inserito nel progetto provinciale Territoria & Territori
/ Artisti: Renate Aller

ENGLISH BELOW

“La testimonianza diretta di eventi trascorsi consente una più ampia comprensione della verità, laddove invece la rappresentazione convenzionale del nostro passato presenta qui e lì delle pieghe malferme, come un arazzo disteso senza cura”.
[Alan Moore, storico]

Quali documenti visivi vengono selezionati per confluire in un archivio ufficiale? Esiste un’immagine che riassuma un carattere nazionale? O ne decodifichi i tratti compositi in termini di razza, genere, condizione sociale? O piuttosto un ritratto e di necessità distorto, e serve da belletto che adesca lo sguardo con intenti segreti?
Le collezioni di ritratti riflettono un ordine sociale: storicamente hanno espresso gli interessi delle minoranze al potere. Le storie ufficiali e i loro archivi di immagini riproducono le convenzioni. Ma quando si infrangono le regole, si inficia l’attendibilità del l’immagine. Gli anfratti dell’archivio si dilatano, consentendoci di rimpastare la storia, di rimuovere la polvere dai faldoni, di ripercorrerli da capo. La verità universale si ritrae allora, svelando piuttosto momenti privati e caotici, connessi da voli di immaginazione, più prossimi ai mondi indistinti della narrativa che alla realtà. L’opera di Renate Aller esplora la fluttuazione tra pubblico e privato, l’universale e lo specifico.
La sua prima mostra, allestita a Londra negli anni Novanta, The Camera Oscura Never Lies, presentava una scatola ammantata di nero con una fessura all’altezza degli occhi per consentire ai visitatori di sbirciare all’interno. Dentro la scatola una specchio rifletteva la parete della galleria su cui era impresso il titolo dell’evento. Costruzione e illusione parevano confliggere e resistere alla relazione classificatoria della fotografia. Nelle mostre successive, Renate ha spesso documentato le tracce del vissuto che perdurano nelle persone, nei comportamenti, negli eventi.
Quando una decina di anni fa, in occasione della mostra Altered States allestita presso l’Agfa Gallery di Hong Kong, la intervistai nel suo appartamento londinese, ci scambiammo storie ed esperienze, documentandole su nastro ma anche nelle foto che scattò prima e dopo il nostro incontro.
La sedia che mi porgeva, in pelle tirata, e che lei stessa aveva realizzato, dichiarava il suo interesse per il movimento Bauhaus. La macchina da caffè in cucina – un lusso a quel tempo – suggeriva una contaminazione tra una Londra bohémien e lo chic continentale. Le sue foto sparpagliate sul tavolo sbrogliavano anni di memorie custodite. Tutti gli oggetti vi erano rappresentati come simboli delle nostre storie, emanazioni dei nostri corpi.
Quando sul volgere del millennio lascio Londra per New York, Renate ancora ignorava lo shock del fumo impenetrabile e delle polveri nauseanti e dense che avrebbero oscurato la città e mutato la visione del mondo. Gli esiti dell’11 settembre l’hanno condotta a rappresentare la sua comunità nel tentativo di decifrare una tragedia immane. I ritratti così realizzati, presentati in tutto il mondo, distoglievano lo spettatore dalla visione opprimente e apocalittica di New York, introducendolo piuttosto a spazi ampi di contemplazione. Questi ritratti sono divenuti parte di una contro-storia. Diversamente che nell’ammiccante immaginario mediatico, in queste serie di ritratti privati la chiave è nell’immagine più che nel racconto.
Le sue ricerche sono proseguite col progetto ltalian Portraits (2005). Nel corso di un soggiorno fiorentino presso Villa Romana, Renate fu colpita dalle statue che si stagliano contro il cielo nelle piazze e costringono gli spettatori a volgere il capo all’indietro, come vermi che guardino verso l’alto.
Ha poi creato trittici su vasta scala che rappresentano la comunità tessile della città di prato. Ciascun trittico ritrae il soggetto su entrambi i lati e di fronte. Eppure, si tratta di documenti poetici, che nulla hanno in comune con lo scrupolo antropologico perseguito ad esempio da August Sander, le cui Faces Of Our Time negli anniTrenta e People of the Twentieth Century negli anni Cinquanta hanno fissato un archivio sociale ed esplorato divisioni sociali e lavorative.
Italian Portraits è intuitivamente riconducibile alla classificazione scientifica delle deformità fisiche resa celebre nel I883 dal burocrate francese Alphonse Bertillon che ritraeva recidivi di profilo e di fronte e ne ponderava i tratti secondo undici parametri. Con il suo metodo, il corpo diveniva uno strumento di lavoro, con caratteristiche di facile individuazione, trascrizione e misurazione statistica. La nozione di Bertillon di “segnalamento antropometrico”, è stata continuamente usata nella storia per criminalizzare il volto marcandone i tratti devianti.
Ancora oggi nelle transazioni personali, commerciali ed istituzionali, l’identificazione mediante foto – dal passaporto al videotelefono ai siti di chat – è essenziale per mantenere l’ordine sociale, consentire un’interazione sociale selettiva, o semplicemente vendere in un mercato competitivo.
Ma i volti espressivi catturati dalla Aller sono ritratti nei contesti sfaccettati della quotidianità, non sono costruiti in uno studio o in laboratorio. Inoltre i soggetti sono ripiegati al loro interno e non cercano lo sguardo dello spettatore. Con il loro dialogo di sorrisi e occhiate private, da membri della comunità divengono attori epici contro un muro di specchi.
È una rappresentazione democratica di emozioni, calore, generosità. Ogni soggetto è colto come se volasse tra stati emotivi. La messa in scena si apre e si chiude a un tempo, ora senza limiti, ora elusiva. Le consuete classificazioni di status ci paiono ora obsolete, del tutto assenti nella sua visione e al nostro sguardo.
Renate Aller ha creato una coreografia di esperienze umane che sfidano le convenzioni tradizionali del ritratto. Noi guardiamo questi personaggi senza capire chi essi siano e dove si collochino nello schema delle relazioni private e pubbliche. I nostri occhi scrutano con ostinazione, cercano indizi.
lmmaginiamo uno specchio che rifletta le parole “la camera oscura non mente mai”. Ma la fotografia qui è una cortina di fumo. L’archivio di ritratti che Renate ha creato è un copione suggestivo, fitto di storie tra di loro sconnesse.
[Caroline Smith, 2006]

 

ENGLISH VERSION

“Stories told from the past lead to a greater understanding of truth, for the officially accepted tapestry of our past has some clumsy tucks here and there; a general appearance of being badly stitched up”.
[Alan Moore, historian]

Which visual documents become selected as the official archive? Can there be an image of a national character; the composite traits of which are deciphered by race, gender and social status? Or is a portrait inherently flawed and serves as masquerade, enticing us to look while concealing private agendas?
Archives of portraits reveal social order and historically have served the interests of the dominant few. Official stories and their image banks follow convention. But when rules are broken, the veracity of the image is undermined. The guts of the archive gape open and enable us to reshuffle history; to dust down the files and see anew. Universal truth then yields to chaotic, private moments; ones that are bound up with flights of the imagination and have less of an allegiance with the real, but with the half-lit worlds of fiction.
Renate Aller’s work explores this fluctuation between the public and private, the universal and the specific. Her first exhibition in London in the 90s: The Camera Obscura Never Lies, showed a black-covered box with a hole cut at eye-height for viewers to peek inside. On the interior side of the box, a mirror reflected the gallery wall on which the title of the show was written. Fiction and illusion were seen to rub up against and interfere with photography’s indexical relationship to reality. In following exhibitions, she often documented the residue of the real and the lived marked by absence, seen through traces of people, behaviours and events. When I interviewed her previously in her west London flat a decade ago for her exhibition Altered States at the Agfa Gallery in Hong Kong, we exchanged stories and experiences, captured on tape but also recorded in photos that she took before and after our meetings. Her relationship with the Bauhaus movement was seen on a stretched leather chair that she had made and was pulled out in preparation. A domestic espresso machine in her kitchen – a luxury at that time – spoke of a merger between bohemian London and European chic. Her photos sprawled over the table unravelled years of collecting memories. All objects were photographed as symbols of our stories and the ghosts of our bodies.
When she left London for New York City at the turn of the Millennium, she was not to know the shock of white light, impenetrable smoke and thick cloying ash that would darken the city and shift world view. The aftermath of 9/11 led her to capture her own community as a way of deciphering inexplicable tragedy. The resultant portraits that toured internationally took the viewer away from the stunted New York landscape riddled with endings and terrible consequences, steering instead into the wide and exhaustive spaces of contemplation. These portraits became part of a counter history. Existing in the shadows away from the seductive glare of news imagery, the series punctured the collective imagination with a private theatre of faces in which the showing and not the telling was key.
The Italian Portrait project (2005) continues with her enquiries. During a residency in the Villa Romana in Florence, she was struck by the statues in the piazzas in which viewers had to crane necks to see the structures against the sky, as if from a worm’s eye view. She then created large-scale triptychs of a working textiles community in Prato. Each triptych captures the subject from both sides and the front, but these are poetic documents, a far cry from the anthropological exactitude measured through the gaze of August Sander, for example, whose Faces Of Our Time in the 30s and People of the Twentieth Century in the 50s cemented a social archive and surveyed labour and class divisions.
Italian Portraits is intricately bound up with the historical study of recording deviant bodies, made famous by the French bureaucrat Alphonse Bertillon in 1883 by taking side and frontal angles of apparent recidivists, together with eleven written measurements. Through his system, the body became a production tool – its features easily transcribed, turned into statistics and read as a defining text. Bertillon’s notion of ‘anthropological signalment’ has continually been used throughout history to criminalise the face by marking out differences. To this day, ID photos – from the passport to the mobile phone and cyber chat site – are central to self, corporate and government-controlled identification as a shorthand device to maintain social order, stimulate social interaction based on judgement or simply sell in a competitive marketplace.
But these expressive faces captured by Aller are framed by the white and blue chequered skies of the everyday, not within a studio or laboratory. Moreover, the subjects turn inwards to see themselves, not confront the viewer with their gaze. The community members, with their interior dialogue of smiles and private glances become epic players in a hall of mirrors. It is a performance; a democratic play of emotions, of warmth and generosity. Each person is captured as if in flight and between emotional states. The performance is simultaneously held open for us and yet closed, out of bounds and elusive. Notions of classification by status are seen as obsolete, entirely absent from her vision and thus from our gaze. She has created a choreography of human experiences that defy the traditional conventions of the portrait. We can only gaze up at these characters and wonder where and who they are in the scheme of private and public relationships.
So our eyes dance for evidence, scavenge for clues. We imagine a mirror reflecting the words: ‘the camera obscura never lies’. Photography here is a smokescreen and the archive of portraits she has created, a fiction telling stories that remain tantalisingly unstitched.
[Caroline Smith, 2006]

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Sede: Museo del Tessuto Via Santa Chiara 24, Prato; Casa del Popolo La Liberta via Pistoiese 659, Viaccia – Prato; Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23, Prato
/ Inaugurazione: sabato 18 novembre
/ Date: 18 novembre – 20 dicembre 2006
/ Ideazione del progetto e organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Progetto supportato da TRA ART Rete Regionale per l’Arte Contemporanea, Porto Franco, Provincia di Prato, Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, Archivio Fotografico Toscano, Lanificio Luigi Zanieri

Spread in Prato giunta alla sua quinta edizione, ha dimostrato negli anni un altissimo livello qualitativo, proponendo una selezione di opere d’arte che si manifestano attraverso il medium fotografico. Con Spread in Prato l’arte è andata oltre le abituali zone protette delle gallerie, dei musei e degli spazi istituzionali; si è introdotta attivamente nei luoghi della produzione e del consumo mettendosi in diretta relazione non solo con l’abituale e abituato “mondo dell’arte” ma entrando in diretto contatto con la vita di tutti i giorni. Nel corso delle varie edizioni, in un continuo rinnovarsi e ampliarsi del progetto, gli oggetti incongrui dell’arte sono stati portati dentro le fabbriche, gli uffici, gli esercizi commerciali, fino a giungere ai teatri, ai cinema e alle case private, instaurando in questo modo una coabitazione degli uni con gli altri. Con Spread in Prato il territorio attraversato ha acquistato valore, sono stati percorsi trasversali che hanno offerto la possibilità di scoperte e avventure dentro la città che si è rivelata così come è per chi la vive e la percorre quotidianamente. Dopo questa serie di avventure l’attenzione si è spostata ed è nata la necessità di non mostrare opere già fatte ma di chiamare degli artisti a produrre direttamente dei lavori che partendo dalla citta’, traendo da essa la sostanza, diventino lavori autonomi.

/ Seguendo i fili che formano il tessuto della città
/Artisti: Gea Casolaro

Gea Casolaro è l’artista che ha inaugurato questo nuovo percorso. Seguendo i fili che formano il tessuto della città è il titolo della mostra ospitata dal Museo del Tessuto di Prato che propone il lavoro che l’artista ha prodotto per Spread in Prato. L’opera di Gea Casolaro è composta da quaranta dittici, un lavoro meticoloso prodotto in quindici giorni di soggiorno nella nostra città, che parla dei quaranta dipendenti del lanificio Luigi Zanieri l’azienda dove l’artista ha scelto di lavorare. Un lavoro simbolico che riguarda l’intera filiera tessile che trascende dalla singola realta’ aziendale, che infatti non è mai, come anche le persone ritratte, riconoscibile. Parla piuttosto delle varie lavorazioni e delle persone che a queste lavorazioni attendono. Gea Casolaro parte dal presupposto che l’azienda sono le persone che la formano e si spinge oltre chiedendo a ciascun dipendente del lanificio che cosa fa nel tempo libero e fotografa la sua vita nell’azienda e nel tempo libero.

/ Through Popular Expression
/ Artisti: Hu Fang
Per questa edizione è stato anche invitato Hu Fang, direttore artistico di Vitamin Creative Space, uno spazio alternativo che si occupa di arte contemporanea nella città di Guangzhou in Cina. Hu Fang presenta una installazione tratta dal suo progetto Through Popular Expression, composta dall’opera Me and my teacher di Zheng Guogu, 1997, una fotografia in grande formato, e da una serie di video PRD Story, MAP office, Laurent Gutierrez e Valerie Portefaix, 2003 – Crazy English, Zhang Yuan, 1999 – Road Show, Xu Zhen, 2002 – Music Hall of Zheng Daoxing, Xu Tan – 2002/04 – Coming Home,Daily Structures of Life, Jun Yang, 2002 – Hip Hop(Guangzhou), Cao Fei,2003 e Me and My Teacher, Zheng Guogu, 1997. Le opere sono installate nella Casa del Popolo La Liberta’ di Viaccia, Prato. Through Popular Expression indaga sul fenomeno globalizzazione dal punto di vista cinese, dal concetto ideologico di “popolo” a quello di “mercato totale”. Nel contesto cinese la parola “massa” ancora si associa all’anonimato e al seguire cieco e non critico un sistema di pensiero, ma allo stesso tempo stiamo anche osservando l’emergere di nuovi comportamenti alternativi che compaiono all’interno della struttura sociale del sistema della comunicazione. Vediamo questo nel continuo apparire di blogs, websites e canali televisi personali. La “massa” sta portando avanti un processo di individualizzazione e le nuove tecnologie offrono nuove possibilita’ di espressione: tutti diventano capaci di esprimersi. Gli artisti coinvolti sono quasi tutti troppo giovani per essere stati coinvolti nella rivoluzione culturale e neppure hanno vissuto la ventata dell’utopia ottimista degli anni ottanta e quindi guardano al presente senza paura o nostalgia ma semplicemente lo vivono e da l’ ne traggono materia per i loro lavori artistici.

/ Spread remix
Artisti: Robert Pettena, Shao Yinong e Muchen, Renshi, Gea Casolaro, Mirian Backstrom, Xu Tan

Spread remix negli spazi di Dryphoto attraverso le opere di Robert Pettena, Shao Yinong e Muchen, Renshi, Gea Casolaro, Mirian Backstrom, Xu Tan viene mostrato il percorso e l’evoluzione del progetto Spread in Prato sottolineando il passaggio che ha portato da mostrare opere gia’ fatta ad invitare artisti a lavorare direttamente in citta’ e anche i futuri progetti.

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23, Prato
/ Date: 11 ottobre – 10 novembre 2006

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L’accostamento di due artisti giapponesi e tre artisti toscani che usano esclusivamente o saltuariamente il mezzo fotografico offre suggestioni che rimandano a riflessioni sui diversi sistemi di rappresentazione dello spazio. Elementi afferenti a tematiche emozionali condizionati da accostamenti culturali formano un corpo espositivo unico che indica la presenza di affermazioni contradditore e tutte giustificabili.

un progetto di Andrea Abati

/ Sede: via delle Segherie; Dryphoto arte contemporanea; Trattoria Ars Libandi; Monash Univeristy Prato Centre; Doner Kabab; Giardini di via Colombo, Prato
/ Azione urbana: sabato 17 giugno ore 18
/ Date: 17 giugno – 14 luglio 2006
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea

/ Artisti: Daria Filardo :: Andrea Abati :: Stefano Boccalini Renate Aller :: Simone Bizzi Augusto Buzzegoli Stella Carbone Alessandro Colzi Valentina Lapolla Alex Lin Luca Sguanci :: Luca Agnelli Massimiliano Benelli Bambina Cignola Martino Del Giudice Argentina Giusti Alessia Lombardi Giuseppe Marchi Alessandro Pagni Andrea Pagni Vito Puopolo Arrigo Zerlotin :: Hideko Ashizawa Fabio Barile Barbara Cucinotta Adrien Francillon Rachael HeeJin Kim Marco Lachi Emanuele Lotti Andrea Santoni :: Giacomo Bernocchi Osvaldo Coppini Angelo Formichella Benedetta Rugi

Artisti, curatori, professionisti di diverse discipline si confrontano intorno ai concetti di cittadinanza e appartenenza. Lavori di osservazione e descrizione, immagini e video, si affiancano ad azioni che tengono conto dello spazio urbano e della lingua parlata.

L’azione urbana si articola in un percorso che parte dalla galleria Dryphoto arte contemporanea per espandersi in una porzione della città denominata Macrolotto zero, situata a ridosso delle mura medievali, con ancora insediamenti industriali di forte impatto ambientale, civili abitazioni e centro della comunità cinese della città.

Durante la mostra a cura di Daria Filardo sarà attiva un’area virtuale interattiva: www.dryphoto.it/macrolotto_zero

Le città diventano sempre più luogo di transito e di transizione, nuovi cittadini, nuovi abitanti. È sempre più indefinibile chi siano i veri abitanti, i nativi (forse prossimi migranti) o gli immigrati di ieri (forse nativi di domani). Impossibile capire chi deve chiedere cittadinanza (e a chi chiederlo), chi siano i cittadini (veri) della (nuova) città che stiamo costruendo.
L’arte entra sempre più nelle pratiche sociali, portandoci le sue lucide visioni, con filosofie ed utopie concrete. La pratica artistica è una delle modalità che contribuisce alla definizione (e formazione) di una società in transizione. Sono sempre più numerosi eventi che nascono fuori da cornici deputate, esterni spesso anche a gallerie e spazi alternativi; reinventano pratiche collettive e/o intervengono direttamente nel sociale, nella sfera politica (produzione di visioni ideali di progetti di vita – scelte di percorsi strategici necessari).
L’artista può abbandonare il concetto di opera e pensare che attivare pratiche artistiche nella sfera pubblica sia prioritario, una necessità imprescindibile. Diventa necessario avviare percorsi su identità/appartenenza // singolarità/moltitudine.
La pratica laboratoriale (condividere) si sostituisce alla produzione (di opere), rendendo inutile, forse, anche il concetto stesso della necessità di produrre (opere).

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Sede: Prato, sedi varie
/ Ideazione del progetto e organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Progetto supportato da TRA ART Rete Regionale per l’Arte Contemporanea, Provincia di Prato, Archivio Fotografico Toscano, Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, Archivio Fotografico Toscano, Fondazione Cassa di Risparmio di Prato, Lanificio Luigi Zanieri

Con Spread in Prato l’arte è andata oltre le abituali zone protette delle gallerie, dei musei e degli spazi istituzionali; si è introdotta attivamente nei luoghi della produzione e del consumo mettendosi in diretta relazione non solo con l’abituale e abituato “mondo dell’arte” ma entrando in diretto contatto con la vita di tutti i giorni. Nel corso delle varie edizioni, in un continuo rinnovarsi e ampliarsi del progetto, gli oggetti incongrui dell’arte sono stati portati dentro le fabbriche, gli uffici, gli esercizi commerciali, fino a giungere ai teatri, ai cinema e alle case private, instaurando in questo modo una coabitazione degli uni con gli altri. Con Spread in Prato il territorio attraversato ha acquistato valore, sono stati percorsi trasversali che hanno offerto la possibilità di scoperte e avventure dentro la città che si è rivelata così come è per chi la vive e la percorre quotidianamente.
A partire dall’edizione di quest’anno gli artisti invitati scelti sempre fra coloro che abitualmente o saltuariamente usano la fotografia come strumento di espressione sono chiamati a realizzare delle opere in forma fotografica. Ogni artista a partire dalla sostanza di questo territorio ha prodotto una o più opere.
La prima artista chiamata da Pier Luigi Tazzi ad operare nella città di Prato è Gea Casolaro. L’artista è invitata a vivere in città per un periodo di tempo e, a partire da questa sua esperienza, a produrre una o più opere in forma fotografica. È previsto anche un workshop organizzato da Dryphoto Arte Contemporanea e dalla Fondazione Studio Marangoni di Firenze e rivolto a giovani artisti residenti in Toscana (8/10/11 dicembre presso l’Officina Giovani, Piazza Macelli, Prato).
Negli spazi del Monash University Prato Centre saranno esposte Capp Plast, 2003 di Robert Pettena, Cicognini, 2003 (progetto speciale) di Shao Yinong & Muchen, Identificazioni multiple: cartoline da Prato, 2004 realizzate da Renshi, gruppo multidisciplinare nato a Prato nel 2003 e composto da Andrea Abati, Giacomo Bazzani, Barbara Ceccatelli. La sezione video della mostra sarà invece dedicata a un approfondimento del lavoro di Gea Casolaro, l’artista che segna il nuovo corso di Spread in Prato e che si racconta così: “Io non sono una fotografa, non mi interessa la rappresentazione oggettiva della realtà della fotografia. A me interessa quello che c’è “dietro” le immagini delle cose, per questo non mi concentro sull’aspetto estetico o tecnico di una foto. Mi interessa analizzare il modo in cui l’essere umano guarda. Lo sguardo come meccanismo di cultura, apprendimento e di scambio tra le persone. Utilizzo la fotografia proprio per mettere in discussione la presunta oggettività della fotografia. Ogni foto per me non è la rappresentazione di qualcosa che viene definito reale perché impresso su un fotogramma, ma al contrario, la utilizzo proprio per dimostrare che lo sguardo umano (di chi scatta, ovvero di chi guarda) non può prescindere dalla propria soggettività. E che solo dallo scambio e dalla coralità di questi sguardi soggettivi, possa nascere una visione della realtà sempre più ricca, complessa e completa”. In questa mostra l’artista romana sceglie di presentarsi con due opere video: la prima, Volver atra’s para ir adelante realizzata nel 2003 è quella che segna anche il suo avvicinamento al video come media linguistico, e l’ultima in ordine cronologico, dal titolo Sopra il nostro futuro (2005). Volver atra’s para ir adelante (Tornare indietro per andare avanti) vince nel 2003 il primo premio del concorso ‘The Video Game’. Sempre con quest’opera Casolaro entra nella rosa di artisti selezionati dal Museo di Monfalcone per la prestigiosa rassegna ‘On Air: video in onda dall’Italia’ e viene invitata al Festival International de Cine’ma ‘Vision du Re’el’. Il video, girato a Buenos Aires nel 2003, si sviluppa attraverso un’inquadratura fissa sul flusso dei passanti davanti all’ingresso di un grosso centro commerciale, che ai tempi dell’ultima dittatura militare ha nascosto un centro clandestino di detenzione e tortura. Sopra il nostro futuro, composto da un video e da 40 fotogrfie suddivise per categorie tematiche di tipo sociologico, è stato realizzato nel 2004 e 2005 in Cina e Argentina. Il video, che rimanda agli studi sulla cinetica di Muybridge e Marey, invita lo spettatore a compiere un’analisi sul sistema predominante nel mondo, incitando a una presa di coscienza sugli effetti devastanti delle politiche neoliberiste sulla vita della gente e a reagire in prima persona.

a cura di Matteo Chini

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23, Prato
/ Date: 22 Ottobre – 30 Novembre 2005
/ Artisti: Stefania Balestri

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”Una luce corrosiva, spietata, totale. Una luce che non lascia scampo a niente e divora lo spazio fino a ritrovarne il bianco dello scheletro. Sotto questa luminosità pervasiva – accecante ma terribilmente gelida “ le forme si alterano e si spezzano in un prisma di sequenze, si spargono in scaglie verosimili ma anche stranamente incerta Da alcuni anni la ricerca di Stefania Balestra sembra esplorare i confini del passato nel tentativo di riportare alla luce qualcosa di perduto. Sotto questa luminosità pervasiva – accecante ma terribilmente gelida le forme si alterano e si spezzano in un prisma di sequenze, si spargono in scaglie verosimili ma anche stranamente incerte. Da alcuni anni la ricerca di Stefania Balestra sembra esplorare i confini del passato nel tentativo di riportare alla luce qualcosa di perduto. Per rievocarne la realtà quasi domestica e infantile, l’artista ha lavorato su lunghe serie di blow-up composti da innumerevoli dettagli di case di bambola. Ne ha gonfiato i particolari fino a fargli assumere un aspetto confuso e misterioso ma sempre evitando di raffigurare le bambole che avrebbero dovuto abitare quelle stesse stanze. Un’assenza non solo penosa ma in qualche modo anche sinistra. Da ”heimlich” le cose divengono ”unheimlich”. Spazi e luoghi che ricordano atmosfere infantili come la cucina o la camera da letto – sono adesso tanto indefinibili da apparire estranei. Il loro aspetto inconsueto incute una paura finora sconosciuta. ”ciò che doveva rimanere nascosto era¨ venuto alla luce” diceva Schelling per spiegare questo fenomeno psichico. Da ”familiare” qualcosa appare diverso da come dovrebbe essere e diventa ”perturbanti”. Freud battezza così con il passaggio da un evento abituale al suo ripresentarsi in modo angoscioso. ”Il perturbante non è in realtà niente di nuovo e di estraneo, bensì un qualcosa di familiare alla vita psichica fin dai tempi antichissimi”. Qualcosa insomma che è diventato irriconoscibile per nascondere all’Io un evento pauroso.” Stefania Balestri vive e lavora a Firenze.

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Sede: Prato, sedi varie
/ Inaugurazione sabato 16 ottobre
/ Date: 16 ottobre – 25 novembre 2004
/ Ideazione del progetto e organizzazione: Dryphoto Arte Contemporanea
/ Comitato promotore: TRA ART-Rete Regionale per l’Arte Contemporanea – Assessorato al Turismo della Provincia di Prato – Archivio Fotografico Toscano/Assessorato alla Cultura del Comune di Prato – Agenzia per il Turismo di Prato – Gruppo Giovani Imprenditori di Prato – Unione Commercianti di Prato – Andrea Abati – Beatrice Magnolfi – Samuel Fuyumi Namioka – Giampiero Nigro
/ Progetto Supportato da TRA ART-Rete Regionale per l’Arte Contemporanea – Assessorato al Turismo e Assessorato alla Cultura della Provincia di Prato – Archivio Fotografico Toscano/Assessorato alla Cultura del Comune di Prato – Assessorato Allo Sviluppo Economico del Comune di Prato, Agenzia per il Turismo di Prato, Fondazione Cassa di Risparmio, Ambasciata Israeliana in Roma, Mondrian Foundation, British Council, Consiag, Azienda Servizi Municipalizzati, Cooperativa Trasporti Pratesi

/ Artisti: Takuma Nakahira, Carmelo Nicosia, Philip-Lorca di Corcia, Armin Linke, Isaac Julien, Sissi, Tomoko Yoneda, Rosa Rossa, Italo Zuffi, Adi Nes, Gil Marco Shani, Rona Yefman, Michal Chelbin, Yumita Hiro, Michelangelo Consani, Donatella Di Cicco, Bethan Huws, Mark Lewis, Yang Fu Dong, Zhang Peili, Pascale Marthine Tayou, Surasi Kusolwong, Gruppo A12, Connie Dekker, Luca Malgeri, Herbert Reyes, Addo Ludovico Trinci

                  
Spread in Prato mantiene il livello internazionale delle due precedenti edizioni proponendo una selezione di opere fotografiche alcune delle quali mai presentate in Italia e un’ampia sezione dedicata ai film d’artista. La volontà di Spread in Prato è quella di portare l’arte nei luoghi della produzione e del consumo mettendo in diretta relazione il lavoro e i desideri. Gli oggetti incongrui dell’arte vengono portati dentro i luoghi della produzione (fabbriche, uffici) e del consumo (esercizi commerciali, negozi) così da instaurare una coabitazione degli uni con gli altri affinchè chi li frequenta ne possa rilevare qualità e natura. Con l’esperienza acquisita negli anni Spread in Prato si è rivelata anche un modo di leggere la città secondo percorsi differenti rispetto sia a quello meramente storico-turistico, sia a quello politico-sociologico, sia a quello di uso quotidiano. Quelli di Spread in Prato sono percorsi trasversali che offrono possibilità di scoperte e avventure dentro il proprio stesso territorio. Spread in Prato, in altre parole, ha compiuto una sorta di avvicinamento progressivo alla realtà sostanziale della città come habitat primario della specie umana in questa fase della sua civiltà. Per questo, quest’anno, l’inclusione di due altre tipologie di luogo: la casa privata e i luoghi dello spettacolo (il Centro Pecci, il Teatro Metastasio, il Politeama). Ambedue i luoghi sono quelli dove l’individuo svolge una parte della propria vita quando non si attiva nei ruoli del produttore e del consumatore. Ambedue hanno a che fare con la rappresentazione, il luogo dello spettacolo in senso proprio, quello della casa in senso mediato come autorappresentazione limitata alla zona del privato. Nei luoghi dello spettacolo il medium delle opere sarà il film, che da dieci anni ha raggiunto una propria maturità come mezzo di espressione artistica, lasciatesi alle spalle tutte le sperimentazioni delle avanguardie e acquisito la legittimità artistica del proprio linguaggio. Il panorama artistico che la manifestazione propone spazia dalle giovani e più interessanti rappresentanze dell’arte italiana, alle avanguardie estremo orientali fino ad arrivare a nomi affermati nell’establishment artistico internazionale Il percorso espositivo si articola intorno al tema del corpo. Le opere scelte per ciascun artista hanno come comune denominatore il corpo, il corpo in senso fisico e materico ma anche in senso ‘allargato’: il corpo trasformato dai codici culturali, il corpo come insieme sociale. Ad un livello di lettura successiva possiamo dire che l’intento del curatore è quello di analizzare come la storia, personale e/o collettiva altera e modifica l’immagine, costruita o ingenua, di persone e ambienti, e di conseguenza la loro rappresentazione. La fotografia nella sua ultracentenaria storia, che è pur breve, se rapportata a quella di altri mezzi espressivi quali la scultura o la pittura o il disegno, si è dimostrata particolarmente efficace in questa direzione, creando icone di grande persusività. Nel lavoro degli israeliani Gil Marco Shani, Rona Yefman e Michal Chelbin il corpo parla in maniera allegorica. Nessun richiamo diretto a una situazione politica o al contesto blindato in cui questi artisti si trovano ad agire, piuttosto racconti intimi, sofferti quasi delle confessioni che solo attraverso tramature sottili ci riportano alla Storia. Il corpo diventa invece moltitudine, lento movimento di masse che emigrano nell’opera di Armin Linke; forme complesse e colori saturi nel lavoro di Sissi che ritrae bagnanti su una spiaggia affollata delle nostre coste; ritratto velato, enigmatico e sospeso nel tempo in Elegante e straniero di Italo Zuffi dove l’obbiettivo schiva volutamente l’insieme per raccontare attraverso i dettagli di una stanza e di un corpo; ritratto sociale invece nel Quarto Stato di Michelangelo Consani. Evidente il riferimento a Pellizza da Volpedo, ma la riflessione si risolve in un’icona malinconica: la foto ritrae un gruppo di agenti di commercio forzatamente in posa durante un meeting all’esterno della fabbrica. Archivio e memoria nelle immagini dell’artista napoletana Rosa Rossa dove oggetti recuperati da strade e discariche diventano soggetto dell’opera; “frammenti esistenziali” possono essere definite le fotografie di Carmelo Nicosia, attimi in cui le esperienze dell’uomo si manifestano nei momenti rituali del viaggio: nella magia della partenza, nei tempi della navigazione e dell’attesa, nell’ansia dell’approdo in porti sconosciuti. Procaci e goffamente provocanti le figure femminili nella serie Dolls di Donatella Di Cicco. Donne che ammiccano con fare televisivo, aspiranti veline in posa sullo sfondo di paesaggi agresti o marini, chiamate a recitare se stesse (e le proprie aspirazioni) in ambientazioni decisamente incongruenti. Isaac Julien – artista e regista londinese candidato nel 2001 al Turner Prize e presente all’ultima dOCUMENTA di Kassel e alla recente Biennale di Berlino, ma fondamentalmente conosciuto per essere stato il co-fondatore del collettivo Sankofa che negli anni Ottanta ha agitato la vita artistica britannica sensibilizzando gli ambiti contemporanei sul problema razziale e dell’identità sessuale – propone a Spread in Prato, Before Paradise, una serie di fotografie che mostrano il rapporto fra l’altro il diverso, sia negro che meticcio, che gay con una natura idilliaca, o con una linda, allucinante, asettica città entrambi visioni di una cultura occidentale, dove il corpo, l’umano, da minoranza come nelle opere passate diventa parte essenziale proprio per la sua stessa compostezza statuaria. Philip-Lorca Di Corcia crea con le sue opere veri e propri ibridi tra arte e fotografia di moda. Sono racconti essenziali come mitologie contemporanee, che mettono in scena modelle e personaggi reali sullo sfondo di ambienti hollywoodiani. Tra le opere che presenta a Spread una del ciclo Hustlers: fotografie realizzate sul Sunset Boulevard a Hollywood aventi come soggetti prostituti, sbandati e disoccupati. Il set delle foto è preparato anticipatamente, con luci artificiali e componendo i materiali che trova in anonime stanze di motel o tra i parcheggi dei fast-food nella terra di nessuno. L’artista poi va per strada alla ricerca degli uomini che fotograferà, offrendo un compenso per la loro “prestazione”. Di Corcia chiede ad ognuno nome, età, luogo di nascita, e ogni foto porta quel titolo più il prezzo pagato per il loro tempo. Le immagini sono deliberatamente una finzione composta da elementi reali. Nakahira Takuma (Kohoku Ward, 1938) è considerato una leggenda nel mondo della fotografia giapponese. Nei primi anni del suo lavoro propone immagini sgranate e fuori fuoco per rompere ogni forma di convenzione. Da allora porta avanti l’idea che la fotografia deve riprodurre le cose della realtà esattamente come sono producendo una sorta di libro illustrato pittorialista. Le immagini scelte per Prato mostrano molto bene questa tendenza, sono dittici dove ad esempio l’immagine onirica di una oca bianca su un prato in perfetta sintonia con la tradizione della pittura piatta giapponese (Nihonga) viene posta accanto a barboni addormentati o frammenti di alberi. Ed ancora un’artista giapponese, Tomoko Yoneda. L’artista è attratta dalla storia intesa come accumulazione di memorie. “Faccio fotografie non perchè sono attratta dalla forma di un soggetto ma perchè voglio mostrare un fatto psicologico nascosto, unico ed individuale che esisteva prima dell’immagine.” Sono apparentemente fotografie di paesaggio riprese in luoghi significativi le opere che espone a Spread come ad esempio Beach (Location of the D-Day Normandy Landings, Sword Beach, France) che mostra bagnanti su una spiaggia in un qualsiasi giorno d’estate ignari forse di essere sulla mitica Sword Beach in Normandia, dove avvenne lo sbarco degli alleati americani. Per quanto riguarda la sezione dei film Pier Luigi Tazzi seleziona opere perlopiù non narrative ma di forte impatto visivo dal canadese Mark Lewis al camerunese Pascale Marthine Tayou fino ai cinesi Yang Fu Dong, Zhang Peili e all’artista thailandese Surasi Kusolwong. Da segnalare in questa sessione il film ION ON dell’artista Bethan Huws, conosciuta ed apprezzata per il suo lavoro artistico sul dialetto gallese. ION ON è una pellicola di 35mm che dura un’ora. In un monologo, l’attore parla dell’arte, del curatore e della vita quotidiana. Il testo, con gli echi di Beckett, fa domande e parla di un sogno di due caratteri linguistici, Tion ed Ition. Accanto alle opere fotografiche e ai film, quest’anno Spread propone anche un altro media: la cartolina. Mezzo di comunicazione nel senso più comune e quotidiano, diventa in questa occasione veicolo di lavoro per l’artista olandese Connie Dekker, per il giovane Luca Malgari, per il Gruppo A12, per il guatemalteco Herbert Reyes e per Addo Ludovico Trinci. Connie Dekker presenta alcune vedute di paesaggi toscani e olandesi, su queste immagini annota brevi frasi e pensieri così che la cartolina diventa una sorta di diario; Luca Malgeri si confronta con le grandi icone del cinema inserendo la sua immagine su frame da film con protagonisti eccellenti quali Audrey Hepburn e altri. Il Gruppo A12, collettivo di architetti interessato alla ricerca della trasformazione della città contemporanea e al ruolo critico dell’architettura in rapporto al contesto socio-culturale in cui si colloca, presenta il lavoro Saluti da Pelago organizzato dalla Fondazione Lanfranco Baldi; Herbert Reyes, il cui lavoro testimonia fortemente l’attuale situazione di emergenza del mondo latinoamericano, propone l’immagine di un’auto distrutta in seguito a un attentato e che, abbandonata lungo una strada, diventa un semplice fatto estetico. In qualche modo contrapposta a questa immagine l’opera cartolina di Addo Ludovico Trinci, un tempio buddista immerso nel paesaggio silente e innevato delle colline modenesi. La mostra sarà documentata da un catalogo con testi critici di Pier Luigi Tazzi, schede sugli artisti e fotografie a colori delle opere installate.

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Sede: Dryphoto arte contemporanea, Palazzo Dragoni, Teatro Metastasio, Politeama Pratese, Museo del Tessuto, libreria Sopratuttolibri, Prato
/ Date: 14 Maggio – 15 Luglio 2004
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea

La personale di Giovanni Ozzola, curata da Pier Luigi Tazzi, inaugura una collaborazione fra Dryphoto arte contemporanea e Gli Ori, una casa editrice che opera nel mondo dell’arte contemporanea. Una mostra e un libro, il primo di una collana dedicata ai giovani artisti. Giovanni Ozzola, nato a Firenze nel 1982, dopo varie peregrinazioni, attualmente vive a Firenze.

Inizia a lavorare nell’ambito della fotografia pubblicitaria e di moda quando ha appena sedici anni. Datano al 1999 i suoi primi lavori d’arte con composizioni fotografiche in forma di dittici, trittici, sequenze e, più di rado, di immagini singole. Al principio il suo lavoro è una sorta di monitoraggio visivo dell’ambiente che lo circonda, in particolar modo la casa, utilizzando immagini spesso sfuocate. La luce è elemento fondamentale delle sue composizioni, una luce che scivola sulle cose, sui corpi e sugli ambienti interni ed esterni stravolgendone la visione. Gli autoritratti, meno frequenti, sono auto rappresentazioni di momenti ed atteggiamenti particolari in cui si diluisce la fissità e l’unicità dell’Io. Dal 2001 si dedica totalmente all’attività artistica. Nello stesso anno inizia a lavorare anche con il video. L’immagine video, sempre inserita in video-istallazioni, diviene la finestra in una situazione spaziale, in interno o in esterno, che si apre sulla visione di un mondo colto in un suo stato primordiale, non ancora compromesso dalla trivialità dell’esistenza, sospeso in una dimensione statica, attraversato ma non alterato dall’energia. Il fine della sua produzione artistica è di riscoprire e mostrare una profonda armonia intesa come l’elemento sostanziale della vita nel mondo, e di porvisi in sintonia. Le opere esposte a Prato, in occasione della prima personale dell’artista, fotografie e video, riflettono il suo intero percorso, privilegiando tuttavia la sua ultima produzione, attraverso un’articolazione espositiva che copre più spazi con diverse modalità. A Dryphoto arte contemporanea, l’artista interviene modificando lo spazio della prima stanza che diventa contenitore e, allo stesso tempo, espressione della sua sensibilità. Nella seconda viene mantenuto il carattere di ufficio, pur contaminato dalla presenza delle opere. In Palazzo Dragoni, un edificio XIX secolo con affaccio sulla storica Piazza del Duomo, si ha come un’intrusione (squatting) in uno spazio domestico momentaneamente dismesso e ancora carico di segni di chi lo ha precedentemente abitato. Nel percorso fra la Dryphoto e Palazzo Dragoni l’autoritratto Piazza Rossa, 2001 è come uno stendardo che fa da cerniera fra questi due spazi. Alcune opere saranno esposte presso istituzioni culturali pubbliche e private cittadine: il Teatro Metastasio, il Politeama Pratese, il Museo del Tessuto, la libreria Sopratuttolibri e saranno visibili solo nel normale orario di apertura di questi spazi. Opere dislocate dunque in spazi diversi che incontreranno di volta in volta un pubblico diverso, in Dryphoto quello già introdotto al mondo dell’arte, in Palazzo Dragoni quello invitato dai proprietari dell’appartamento e dagli organizzatori della mostra, nei luoghi di cultura chi di lì transita per assistere a spettacoli, comprare libri, visitare il museo. Anche l’invito è luogo di manifestazione dell’opera pur rimanendo strumento di comunicazione per annunciare e diffondere informazione sull’evento/mostra. Infine il libro, importante veicolo della fotografia e dell’arte, è concepito come ulteriore spazio autonomo per la manifestazione della sensibilità dell’artista e parallelo alla mostra.

Giovanni Ozzola, Senza titolo, 1999 Giovanni Ozzola, 5.49am, 2001
Giovanni Ozzola, 5.50am, 2001
Giovanni Ozzola, autoritratto 2004-dryphoto-ozzola-balance

Giovanni Ozzola, horizon and some minutes, 2003Giovanni Ozzola, camera verde, 2003

progetto e cura di Vittoria Ciolini e Margherita Verdi

/ Sede: ‘Le Scuderie Medicee’ di Poggio a Caiano, Via L. Il Magnifico, Poggio a Caiano (Prato)
/ Inaugurazione: sabato 8 maggio ore 15,30
/ Date: 8 maggio – 11 luglio 2004
/Iniziativa biennale promossa e patrocinata da Regione Toscana, Provincia di Prato e Comunce di Poggio a Caiano
/ Artisti: Sophie Ansar (vincitrice), Valeska Achenbach/Isabela Pacini, Anja Frers, Patrizia Riviera, Christina Skrabal, Marie Taillefer, José Van Der Heide

Il Premio Europeo Donne Fotografe I luoghi della vita è una manifestazione che da dieci anni, con cadenza biennale, si svolge nella provincia di Prato con l’intento di divulgare e promuovere il lavoro di fotografe residenti in Europa, e da quest’anno anche nei paesi del bacino Mediterraneo, sottoforma di premio, catalogo e esposizione. Questa edizione ha visto la partecipazione di 417 artiste di ben 29 paesi europei e del Bacino Mediterraneo (dal Portogallo alla Lituania, Lettonia, Russia, Slovenia, Bulgaria, Irlanda, Grecia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Luxemburgo, Olanda, Spagna, Austria, Francia, Belgio, Svizzera, Inghilterra, Germania, Portogallo, Siria, Egitto, Libia, Libano, Israele e naturalmente Italia). I lavori sono stati selezionati da una giuria composta da Chiara Coronelli (critica e giornalista), Eva Marlene Hodek (direttrice della House of Photography di Praga), e Nathalie Luyer (curatrice e direttrice della rivista Vis a Vis, Parigi).

Sophie Ansar (Inghilterra) fugge nei sogni della propria infanzia, dove vola verso un mondo che ancora oggi non vuole lasciare. Evoca un mondo che non è più ma che resta nella nostra memoria come un sogno immateriale.

Valeska Achenbach/Isabela Pacini (Germania/Brasile) hanno seguito i tedeschi in vacanza per fermare quei momenti in cui si prende il tempo di vivere in libertà senza riuscire del tutto a lasciarsi dietro i punti di riferimento culturali.

Anja Frers (Germania) trasforma la realtà mettendo in posa bambini davanti ad una scenografia ideale per una vita perfetta.

Patrizia Riviera (Italia) ci mostra inquadrature fissate unicamente su sguardi dagli occhi spalancati.

Christina Skrabal (Austria) colloca i suoi personaggi-bambole in spazi immaginari. Soli di fronte al vuoto che li rimanda a se stessi, s’interrogano e ci interrogano.

Marie Taillefer (Francia) usa il colore come tanti tocchi e sfumature sottili per rendere ancora più intima un’atmosfera resa vuota da un padre scomparso.

José van der Heide (Olanda) si avvicina al corpo, per toccare la realtà di quella vita in istantanea.

I luoghi della vita (2004) I luoghi della vita (2004) I luoghi della vita (2004)
I luoghi della vita (2004)
I luoghi della vita (2004) I luoghi della vita (2004)

I luoghi della vita (2004)
I luoghi della vita (2004)