un progetto di Renate Aller
/ Sede: Prato, sedi varie
/ Inaugurazione: sabato 9 novembre 2003
/ Una presentazione di Dryphoto arte contemporanea – Prato Fondazione Studio Marangoni – Firenze Regione Toscana – Progetto TRA ART Provincia di Prato Assessorato alla Cultura Comune di Prato – Assessorato alla Cultura e Assessorato alle Politiche Giovanili Unione Commercianti e Confesercenti di Prato Officina Giovani – Prato

Il progetto You’ve RED between the lines prevede una serie di interventi, proiezioni, performance, musica, intorno ad un corpo centrale: la mostra fotografica Renate Aller, che verterà  sui diversi aspetti legati al colore ROSSO. Il colore rosso è non solo il tema delle fotografie in mostra, che lo indagano in diverse vesti, ma è inteso come parola d’ordine/archetipo intorno alla quale si sviluppano, nei diversi contesti in cui si svilupperà l’evento, i temi dell’amore, del dolore, della verginità , della passione. RED, dunque, come parola, concetto, simbolo, evocazione di suoni e immagini sul quale tutti sono invitati a riflettere. Tra gli eventi collaterali che hanno preceduto la mostra, va segnalato il workshop condotto a Prato dalla fotografa e rivolto a giovani artisti tra i 18 e i 35 anni, residenti o domiciliati in Toscana. Il laboratorio, che si è tenuto presso i Cantieri Culturali Ex Macelli, ha coinvolto venti artisti che sono stati invitati a lavorare sul colore rosso. Le opere prodotte dai partecipanti saranno esposte in diversi esercizi commerciali, del centro storico di Prato, Bar La Posta, Divarese, Pa.Ri.Se., Borgo degli Ulivi, I Pinco Pallino, Alessia Intimo, Soraya, Avalon, Chica, Memphis, S’Moove, Tiffani, Arturo, Must, Macelleria Palmerini, Mercatino della Calzatura, situati in percorso espositivo quadrato che comprende Via Luigi Muzzi, via Cesare Guasti, via Firenzuola, Largo Carducci. In mostra ci saranno opere che coinvolgono diversi media (dalla performance al video, ma anche fotografie e incisioni). È prevista una performance su invito: presso i Cantieri Culturali Ex Macelli si terrà il RED DINNER, dove gli invitati saranno anche soggetto e oggetto della performance stessa. Il video della serata sarà  tra le opere in mostra a partire dal 29 novembre.
Renate Aller, di origine tedesca, vive e lavora a New York. In Europa è conosciuta per il suo lavoro realizzato dopo l’undici settembre sulla comunità di TriBeCa, il distretto di New York che costeggiava le Torri Gemelle. Il suo lavoro indaga il corpo umano e l’ambiente che lo circonda attraverso l’utilizzo di diversi media: video, fotografia, performance, installazioni sonore. Inizia la sua carriera scrivendo musica sperimentale e sviluppando opere sul movimento e la performance; nel 1996 è cofondatrice di Foreign Investment, un gruppo di artisti performer, nel 1997 inizia a lavorare con la fotografia e con il video, esponendo in diverse mostre in tutto il mondo.

Shao Yinong e Muchen  sono invitati a partecipare al progetto speciale concepito dal curatore Pier Luigi Tazzi per la seconda edizione di Spread in  Prato. Il progetto prende corpo nel momento in cui l’imprenditore e collezionista pratese Valdemaro Beccaglia accoglie la proposta di farsene committente unico.

Shao Yinong e Muchen arrivano a Prato nel luglio 2003 e prendono residenza nel centro storico vicino a Palazzo Pretorio per oltre due settimane.

Pubblicazione in PDF

a cura di Pier Luigi Tazzi

/ Sede: Ugolini Arredamenti, Capp Plast, Lanificio Cecchi Lido e Figli, Vaporizzo Lia, Luminex, Beccaglia Valdemaro, Texpares, Stamperia Fiesoli, Bar Buffet Stazione Centrale FS, Al Castello libreria, Babylon Bus casa, Hotel Flora, Ristorante Tonio, Monash Centre Prato
/ Inaugurazione: sabato 28 giugno
/ Date: 28 giugno – 24 luglio 2003
/ Organizzazione: Dryphoto arte contemporanea
/ Supportato da: Regione Toscana TRA ART rete regionale, Provincia di Prato, Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura, Agenzia per il Turismo di Prato, Comune di Prato Assessorato alla Cultura, Comune di Prato Assessorato allo Sviluppo Economico, Archivio Fotografico Toscano, Consiag, Unione Commercianti di Prato, Gruppo Giovani Imprenditori di Prato, Canada Council for the Arts, Danish Contemporary Art Foundation, The Japan Foundation, Pro Helvetia
/ Con il patrocinio di Ministero degli Affari Esteri, Presidenza della Regione Toscana, American Academy Rome

/ Artisti: Andy Warhol, Geoffrey James, Günther Förg, James Welling, Peter Fischli/David Weiss, Olafur Eliasson, Arian Risvani, Bill Henson, Takashi Homma, Rika Noguchi, Massimo Bartolini, Robert Pettena, Shimabuku, Costa Vece, Martino Coppes

Con Spread in Prato l’arte abita per poco meno di un mese la realtà lavorativa, aprendo a se stessa e ai suoi fruitori spazi solitamente accessibili solo agli addetti ai lavori. Aziende tessili, esercizi commerciali e uffici ospiteranno installazioni di artisti contemporanei che utilizzano la fotografia come strumento del fare arte. L’apparato teorico della mostra si sviluppa partendo dalla frattura che concerne i comportamenti e gli atteggiamenti del produttore e quelli omologhi del consumatore. Tale dicotomia si avverte fortemente in una città come Prato, la cui mitologia è ben rappresentata dai serrati ritmi della produzione industriale. Nella nostra epoca l’arte, non più a servizio del principe, del clero, dell’élite dominante politicamente, ha acquisito una sua autonomia, in tutte le sue forme – dalla poesia alla letteratura, dalle arti visive alla musica e alle arti dello spettacolo – e può in questo caso essere il legante che colma questa schizofrenia, la sola via d’uscita da essa e allo stesso tempo la dimensione in cui maggiormente si delinea la possibilità di rifondazione dell’identità  perduta. Spread in Prato si pone l’intento di creare un punto di contatto tra le due realtà  del produttore e del consumatore e osservare cosa scaturisce da quest’incontro. In quest’iniziativa l’arte è rappresentata dalla fotografia, quale mezzo più diffuso e riconosciuto, dal mondo dell’arte a quello della pubblicità: in una fotografia tutti si identificano, sia chi la cita per ragioni di consumo e sia chi se ne serve per ragioni di produzione. Le opere fotografiche saranno messe a confronto con i luoghi, creando momenti di simbiosi, ma anche di contrasto dialettico spazio-temporale. Oltre a essere luoghi di lavoro, l’azienda e l’esercizio commerciale saranno per il periodo della mostra uno scrigno d’arte, in cui le opere saranno fruite dai lavoratori delle aziende, dagli acquirenti delle attività commerciali e da tutti coloro che vi si recheranno. L’arte sarà per una volta offerta ove si vive la quotidianità. Questa edizione ha la particolarità di presentare due aspetti della città quello del luogo produttivo “monumentale” dove l’industria mostra tutto il suo potere e quello più domestico dell’indotto, delle piccole aziende e dei negozi dove si percepisce l’aspetto più umano dell’operosità. Quest’anno la scelta delle location passa dalla città  costruita dagli urbanisti e dai politici alla città della comunità molteplice. Il percorso si articola da est a sud, ovvero tra due dei nuovi poli industriali del distretto tessile pratese, coinvolgendo ad esempio uno dei lanifici storici, Lanificio Cecchi Lido e figli, nato negli anni Cinquanta, nel periodo del boom del cardato, fino a ritornare nel centro storico dove si concentrano oramai gli esercizi commerciali e dove la memoria della cosiddetta “Città Fabbrica” è sempre più esigua, pur rimanendo talvolta nel recupero architettonico di alcuni edifici industriali ora ristrutturati e adibiti ad abitazioni, studi oppure musei come il nuovo Museo del Tessuto della città. La città di Prato è stata coinvolta anche attraverso gli spazi più frequentati e vitali, come la Stazione Centrale delle Ferrovie dello Stato, in cui l’artista giapponese Shimabuku esporrà uno dei suoi lavori fotografici legati all’emigrazione irregolare dal Messico verso gli Stati Uniti. Gli artisti scelti partecipano con una o più opere in diversi spazi espositivi. I lavori degli artisti si confronteranno sui temi del paesaggio antropico – recante i segni dell’agire umano – e dell’adolescenza, investigata rispetto alle problematiche della vulnerabilità e della difesa. In mostra alcuni lavori anche di artisti attualmente in mostra alla Biennale di Venezia: Olafur Eliasson, scelto a rappresentare la Danimarca, lo stesso Shimabuku e gli svizzeri Fischli/Weiss. Di Andy Warhol saranno presentati alcuni dei suoi ritratti fatti a personaggi famosi, mentre dalle collezioni del FRAC Bretagne provengono le opere del canadese Geoffrey James. Particolarmente significativa la partecipazione degli artisti giapponesi (Yoshitomo Nara, Rika Noguchi, Takashi Homma, Akira the Hustler), le cui opere sono state prestate da importanti collezioni private internazionali e gallerie giapponesi. Gli artisti italiani selezionati sono i toscani Massimo Bartolini e Robert Pettena. Da sottolineare che questa edizione rafforza il legame con la città, non solo per la particolare scelta dei luoghi, ma anche perchè le opere del fiorentino Robert Pettena sono appositamente create per l’occasione e alcune direttamente in un’azienda che partecipa al percorso espositivo e perchè un progetto speciale finanziato da un industriale pratese vedrà gli artisti cinesi Shao Yinong & Muchen lavorare per quindici giorni nella città di Prato. La loro produzione sarà inserita nella pubblicazione e le opere saranno esposte in occasione della pubblicazione della stessa. Il catalogo edito per l’occasione di prossima pubblicazione conterrà  testi critici e immagini delle opere in mostra in due versioni (ovvero sia come immagine in sé che contestualizzate nelle aziende e negli esercizi commerciali) e testi introduttivi del curatore Pier Luigi Tazzi.

 

A Whore Diary di Akira the Hustler – FOIL vol.1 ‘no war’ (Yoshitomo Nara)

 

 

a cura di Vittoria Ciolini

/ Sede: Firenze e Prato, sedi varie
/ Inaugurazione: venerdì 25 ottobre
/ Organizzazione: Fondazione Studio Marangoni, Dryphoto arte contemporanea
/ Evento realizzato grazie a Regione Toscana Progetto TRA ART e contemporanea, Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Prato e Assessorato alla Cultura della Provincia di Prato, Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze. Con la partecipazione dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Firenze, di Archivio Fotografico Toscano, Officina Giovani-Cantieri Ex-Macelli del Comune di Prato e British Council

Nata due anni fa a Firenze come Firenze Fotografia 2000, questa seconda edizione si presenta con alcune rilevanti novità: il coinvolgimento di altre identità sul territorio toscano come la Provincia di Prato e la collaborazione/sodalizio tra due delle più importanti organizzazioni europee dedicate alla fotografia come la Fondazione Studio Marangoni che opera a Firenze dal 1989 e l’associazione Dryphoto arte contemporanea che opera a Prato dal 1977.
TOSCANA FOTOGRAFIA, con cadenza biennale, intende diventare un punto di riferimento e di promozione di giovani artisti toscani e da questa edizione in poi nascerà una selezione di giovani che parteciperà alla rassegna “Focus in Italy” nella città di New York, già dal prossimo anno.

Identità Culturali è il tema di TOSCANA FOTOGRAFIA 2002. Una selezione di lavori di generi diversi che producono elementi di riflessione su uno dei temi più cari al mondo dell’arte: il diverso, l’altro, lo straniero indagato sia dal punto di vista antropologico che sociale, sia come ricerca personale. Le differenze culturali sono strumento di conoscenza e arricchimento e in questo senso il concetto di ospitalità, rispetto, tolleranza sono le fondamenta di un futuro costruito sul dialogo fra culture e grandi varietà di modi di vivere, consapevoli delle proprie idee, proprie inquietudini e aspirazioni. In questo contesto sono stati scelti artisti che usano la fotografia come strumento esclusivo o occasionale del loro operare e che usano questo strumento come finestra sul mondo – modello di visione – memoria – visione individuale. Sguardi incrociati fra artisti italiani e stranieri, incontro tra fotografi di generazioni e paesi diversi; confronto fra le diversità di approccio e di realizzazione. Realtà descritte da altri occhi, frammenti di vite passate, ritratti di persone che vivono in altri luoghi rispetto al loro d’origine, paesaggi vissuti, questi ed altri ancora i temi trattatati in TOSCANA FOTOGRAFIA 2002.
Un itinerario che si snoda attraverso le città di Prato e Firenze. A Firenze sono coinvolti soprattutto spazi istituzionali come musei, gallerie, istituti di cultura italiani e stranieri come, per citarne alcuni: l’Istituto Francese, Villa Romana, il Museo Marino Marini, il Gabinetto G.P. Vieusseux, lo Spazio Foto del Credito Artigiano. A Prato, invece, si confrontano e si incontrano due realtà più sperimentali come Officina Giovani e Fabrica proponendo una riflessione su un percorso di individuazione femminile sull’esperienza di vivere a cavallo di due culture, quella di origine e quella di adozione. Officina Giovani ospiterà inoltre nello spazio dei Cantieri Ex-Macelli di Prato una mostra prodotta da Fabrica, il Centro Benetton di Ricerca e Sviluppo sulla Comunicazione di Treviso.
Personali, collettive, progetti speciali formano il tessuto che ruota intorno a Identità culturali, occasione di ricerca e di messa in evidenza di quel complesso di esperienze spirituali e realizzazioni artistiche che fa di ognuno di noi un appartenente ad un determinato gruppo, in un dato periodo storico, in un preciso contesto ambientale. Volontà dichiarata di proporre, non per classificare bensì per discutere e mettere in discussione, muovendosi all’interno di un percorso espositivo, costruito appositamente per ritrovarsi in un paesaggio dove le parole ‘esotico’ e ‘straniero’ cambiano quanto meno di senso.
Il reportage rigorosamente in bianco e nero sull’Afghanistan di Paolo Woods, le vedute a colori dell’inglese Simon Norfolk della città di Kabul dopo i bombardamenti, il lavoro di Andrea Abati Gente del Corno d’Africa, un viaggio attraverso le comunità somale ed eritree delle nostre città, i ritratti della giovane Michi Suzuchi di coetanei stranieri che abitano a Firenze, i passanti messi in posa da Marco Lanza, le gambe e i piedi dei detenuti di Alessandro Mencarelli e i bagnanti alle terme di Christina Zuck raccontano un universo multietnico che abita oramai indifferentemente diversi spazi del mondo. Caratteristica comune è la particolarità dei percorsi artistici degli autori selezionati: ognuno presenta un proprio linguaggio espressivo anche quando affronta temi cosiddetti “sociali”, come Peter Granser, che nelle sue opere, con sottile ironia, ci racconta di Sun City, la città dell’Arizona solo per anziani creata negli anni Cinquanta, oppure Renate Aller nei ritratti degli abitanti di TriBeCa dopo l’11 settembre. La fotografia è forse il linguaggio che meglio corrisponde al nostro contemporaneo e, infatti, in questo contesto, sono stati scelti artisti che usano la fotografia come strumento esclusivo o occasionale del loro operare, e nelle sue più svariate possibilità espressive. Riflessione intima e soggettiva nelle rielaborazioni di Charles Loverme di vecchie fotografie di ceramica apposte sulle tombe; visione individuale nelle domestiche immagini a colori di Osvaldo Sanviti; strumento della memoria nel piccolo ma significativo nucleo documentario che Giacomo Pozzi-Bellini donò nel 1978 all’Archivio Contemporaneo “A.Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux: 41 splendidi ritratti fotografici, eseguiti dallo stesso Pozzi-Bellini, di intellettuali italiani e stranieri; esperienza collettiva in Les Dogons par les Dogons, di Antonin Potosky che mostra le fotografie che sette giovani Dogons hanno scattato con la sua macchina fotografica in un periodo di cinque settimane nei villaggi della falesia di Bandiagara. Certe volte la relazione con lo spazio ospitante caratterizza la mostra, come avviene nella installazione di Margherita Verdi – tracce delle sfingi e dei leoni del tempio ittita di Ain Darah, ai confini fra Siria e Turchia, su grandi pannelli di tela – pensata e prodotta appositamente per il Salone degli Scheletri del Museo di Storia Naturale della Specola, mentre, in altri casi (Giacomo Costa, Carlos Motta e Leta Peer) gli artisti rappresentano l’identità e le scelte curatoriali delle gallerie che li espongono. Identità culturali è una provocazione perché presuppone un visitatore attento che sappia cogliere le differenze e le sfumature, a volte macroscopiche a volte molto sottili, e che sappia apprezzare il lavoro di chi intende promuovere anche gli autori locali; infatti, insieme ad altri toscani, è presente anche un’antologica del fotografo fiorentino Carlo Cantini, che rappresenta un riconoscimento al suo decennale lavoro.
Le proposte selezionate per la città di Prato privilegiano una produzione giovane, che crea sinergie e rafforza progetti già presenti sul territorio. Il giovane toscano Andras Calamandrei espone presso le sale dell’Archivio Fotografico Toscano vedute in movimento di quotidiani paesaggi, mentre nell’ambito del progetto Officina Giovani presso i Cantieri Culturali Ex-Macelli, spazio aperto ai giovani dai 18 ai 35 anni, trova collocazione Trust: Adam Broomberg e Oliver Chanarin, attuali Creative Directors di Colors, la rivista edita dal Benetton Research and Development Communication Centre, propongono il tema della fiducia mostrandoci una serie di ritratti di persone sotto anestesia, in stato quindi di completo abbandono. Jananne Al-Ani e Zineb Sedira, entrambe residenti a Londra, partono dal loro specifico femminile per indagare la dualità delle culture dentro le quali sono cresciute. Jananne Al-Ani, artista nata a Kirkuk in Iraq, ha sentito la necessità di parlare della guerra del Golfo e di mettersi in gioco mostrando i ritratti delle donne della sua famiglia. Zineb Sedira, nata a Parigi da genitori algerini, non denuncia ma si interroga sull’uso del velo come forma di censura e autocensura e come simbolo di identità culturale che nelle sue opere è utilizzato come espediente per riprodurre l’immagine della figura umana. Pertanto, non è casuale la decisione di esporre le loro opere a Prato, dove dal 1995 si tiene il Premio Europeo per Donne Fotografe I luoghi della vita supportato attivamente dalla Provincia di Prato.

progetto e cura di Vittoria Ciolini e Margherita Verdi

/ Sede: Scuderie Medicee di Poggio a Caiano, Prato
/ Date: 6 aprile – 1 maggio 2002 
/ Evento promosso e realizzato da Regione Toscana, Provincia di Prato – Assessorato alla Cultura, Comune di Poggio a Caiano – Assessorato alla Cultura

ENGLISH BELOW

Appare ormai evidente come la fotografia, nel suo attuale momento di maturità, assuma sempre di più il significato di una procedura, di una forma di esperienza, di una messa in atto di intenzionalità nei riguardi della realtà che sta davanti a noi e insieme dentro di noi, e sempre meno quello di una immagine in sé conclusa. Non che il valore visivo della fotografia sia caduto: questa eventualità non può darsi, ed in ogni caso è sempre e comunque il valore visivo ad incaricarsi di “rendere possibile”, fruibile dunque, ed esistente, ciò che l’atto fotografico produce. Ma ciò che conta e determina in modo definitivo questo valore visivo e gli conferisce significato, è esattamente e principalmente una procedura, un percorso, una relazione di tipo mentale ed esistenziale.
In questa procedura che guida l’autore, l’elemento tecnologico assume un peso davvero rilevante, e oggi non solo sempre più accettato, ma quasi “promosso” dagli artisti come parte essenziale del lavoro. Come dire che l’autore si pone un poco in disparte (concettualmente), o meglio mette da parte le sue “abilità”, per lasciare che il lavoro della macchina faccia il suo libero corso, e si manifesti appieno e in tutta la sua complessità nell’opera.
Si tratta, alla radice, di una importante posizione antiumanistica (o postumanistica), che discute il ruolo dell’autore nei riguardi dell’opera (non più vissuto come ruolo dominante), e si interroga sull’azione e sugli effetti degli strumenti tecnologici di cui oggi disponiamo: che sono molti, ed estremamente esatti e capaci di entrare a fondo nella progettazione stessa. Discute dunque sull’uomo stesso e sulla relatività della sua creatività e della sua capacità di assoggettare le macchine, seppure da lui stesso progettate e costruite, e di interagire con esse.
Di questa discussione oggi in corso i giovani fotografi hanno piena coscienza, e in essa intervengono con le loro produzioni, posizionandosi in modo diverso.
Katja Stuke, vincitrice dell’attuale edizione del premio I luoghi della vita, utilizzando come perno la fotografia intesa come mezzo tecnologico quale è la fotografia, lavora proprio sul controllo che le telecamere poste nei luoghi pubblici esercitano sulla nostra vita, condizionando, forse, e almeno tendenzialmente, anche il nostro comportamento.È un tema importante, soprattutto sul piano simbolico. Ci fa pensare al Grande Fratello e alla nostra comunicazione in internet sistematicamente controllata, ci fa pensare al potere e alla nostra libertà individuale minacciata, ci fa quindi pensare a quale coscienza abbiamo, oggi, della nostra libertà, e se l’abbiamo e a quale scopo vogliamo destinarla. Un senso di prigionia e di controllo segna queste immagini di luoghi diversi della nostra esistenza, che hanno la qualità materica del video e la “genericità”, la trasparenza, la fragilità cromatica delle nostre esistenze controllate e appiattite. La fotografia, immagine fissa, svolge in questo lavoro il ruolo di una azione finale che giunge a, “stabilizzare” i risultati (peraltro provvisori e per così dire intercambiabili) di una procedura che si è già svolta.
Analogamente Christine Erhard lavora sulla “meccanicità” delle nostre esistenze e insieme sulla processualità tecnologica che sorregge l’operare dell’artista. E dunque trae gli elementi che compongono le immagini da fonti diverse – fotografie digitali, ritagli di giornali, frammenti di foto di famiglia -, li organizza e li mette in scala derivandone ambienti lucidamente strutturati in senso prospettico. Ambienti del tutto artificiali prendono così le sembianze di luoghi “reali”, quanto meno rappresentati in modo realistico in ossequio ai canoni della fotografia documentaria: in realtà costruiti sulla base di una complessa procedura tecnologica, responsabile della loro esattezza, che in realtà è finzione e nulla ha più a che vedere con il documento.
Anche Karin Erni lavora sull’esattezza della visione, rappresentando con codici di grande chiarezza alcune celle nelle quali vivono donne in prigioni della Svizzera tedesca, senza però la presenza delle ospiti. Sviluppa così un lavoro di forte valore sociale al quale non a caso dà il titolo di Ritratti, e dimostra come sia possibile e sia stata possibile in passato una fotografia che guarda alla condizione umana pur non scegliendo la figura umana come oggetto d’attenzione: storie, situazioni intime, vite, abitudini, desideri si esprimono qui attraverso gli oggetti e la composizione di questi nella stanza. Può dirsi, questa, quasi una fotografia di oggetti, una fotografia che impiega gli oggetti in quanto presenze capaci di agire, significare e infine parlare.
Ute Behrend sceglie come area teorica di lavoro il rapporto fra grande e piccolo, la scala, la prospettiva. Si interroga dunque sulle modalità della rappresentazione stessa, e individua il mondo e gli oggetti dell’infanzia come tema ideale per compiere queste sue “misurazioni” della realtà e insieme della fotografia. Realizza allora alcuni dittici, che definisce “composizioni dialogiche”, nei quali ciascuna immagine dà senso all’altra. Colori freschissimi e leggeri danno un tono “infantile” e leggero al lavoro, e rimandano a un mondo in miniatura, a una dimensione altra dal reale, vicina agli ambienti dei viaggi di Gulliver.
Lea Crespi lavora sul confine fra visuale e fisico, secondo le sue stesse parole, e affronta alla radice il concetto stesso di realtà in generale e di realtà umana in particolare. Utilizzando uno schema fisso che prevede la presenza di una figura umana sulla sinistra dell’immagine in modo che sia ben visibile sulla destra la materia, la luce, lo spazio di alcuni ambienti decadenti e provvisori da un punto di vista esistenziale, struttura la scena in modo meccanico, automatico. Essere umano vero, manichino di sapore metafisico, automa, questa figura procede nello spazio e interagisce con esso, mettendo in discussione questo e se stessa.
Erika Barahona Ede recupera invece la dimensione della memoria e del privato, e “mette in scena” paesaggi di mare in bianco e nero di impronta volutamente classica. Ma non si tratta di paesaggi fini a se stessi: Erika utilizza e recupera il paesaggio per compiere un viaggio simbolico nella sua storia familiare, indicata in questa ricerca da alcune piccole fotografie di famiglia scattate anni prima dai suoi nonni, e per compiere una riflessione sulla tensione che lega e divide il mare dalla terra, due elementi fortemente radicati nella biografia stessa dell’autrice.
Due opere, quella di Aleksandra Vajd e quella di Heidi Cathrine Morstang costituiscono due opposti utilizzi della fotografia. La prima di queste fotografe costruisce un libro-diario fra finzione e realtà, ricco di dolci immagini vaganti che permettono al lettore di costruire un proprio percorso, una propria storia, comunque fortemente basata sulla suggestione dei valori visivi. La seconda invece nega in modo assoluto l’immagine e ogni tipo di esistenza visiva dell’opera, presentando superfici di carta completamente bianche sulle quali è possibile leggere a rilievo alcune frasi: è il mondo della parola ciò a cui rimanda questa riflessione sulla fotografia, disciplina che si configura qui sinteticamente ed unicamente come luce che rende leggibile la scrittura.

Roberta Valtorta

ENGLISH VERSION

It is now clear that photography, in its present moment of maturity, is taking on more and more the significance of a procedure, a form of experience, a materialisation of intention in relation to the reality before us and inside us, and less and less that of a self-contained image. Not that the visual value of photography has fallen; this cannot be, and it is in any case always the visual value which “makes possible”, thus perceivable and existing, what the photographic act produces. But what counts and finally determines this visualvalue and confers meaning on it is exactly and mainly a procedure, an itinerary, a mental and existential relationship. In this procedure which guides the author, the technological element plays a truly weighty role, which is nowadays not only more and more accepted but almost “promoted” by artists as an essential part of their work. That is to say that the author stands (conceptually) a litfle to one side, or rather puts aside his “skills”, to let the work of the machine freely take its course and fully express itself in all its complexity.
At the root lies an important anti-humanistic (or post-humanistic) position, which questions the role of the author in relation to the work (no longer regarded as the dominant role), and examines the action and effects of the technological tools available to us today. These are many, and they are extremely precise and skilful in penetrating the design itself. What is under discussion is thus Man himself and the relativity of his creativity and ability to submit machinery to his will and interact with it, despite the paradox that he himself designed and built it. Young photographers are fully aware of this ongoing debate and participate in it with their production, positioning themselves differenfly.
Katja Stuke, the winner of the current edition of the Places of life Award, concentrates on photography understood as a technological tool, and she works precisely on the control that TV cameras placed in public places exert on our lives, perhaps also conditioning, or at least tending to condition, our behaviour. lt is an important theme, especially on the symbolic level. It reminds us of Big Brother and our systematically controlled communication in Internet, and also reminds us of power and our threatened individual freedom. lt thus also makes us consider what awareness we have today of our freedom, if we have it and what purpose we want to use it for.
A sense of imprisonment and control marks these images of different places of our existence, which have the material quality of the video and the “generality”, transparency, chromatic fragility of our controlled and flat existence. Photography, a fixed image, plays in this work the part of a final action which achieves “stabilisation” of the temporary and, so to speak, interchangeable results of a procedure which has already taken place.
Similarly, Christine Erhard works on the “mechanicalness” of our existence and the technological process which sustains an artist’s work. She thus draws the elements making up the images from different sources – digital photographs, newspaper cuttings, fragments of family snaps – organising and scaling them so as to create spaces which are lucidly structured from the perspective point of view. Wholly artificial spaces thus take on the appearance of “real”, or at least realistically represented, places, obeying the canons of documentary photography. They are actually built up on the basis of a complex technological procedure, responsible for their exactness, which is really fictitious and no longer has anything to do with the document.
Karin Erni also works on the exactness of vision, showing with codes of great clarity some women’s prison cells in German Switzerland, devoid of their inmates. She thus develops a work of strong social value which, not coincidentally, she entitles Portraits, and shows how it is possible and has been possible in the past to create photographs which investigate the human condition without choosing the human figure as the object of attention. Stories, intimate situations, lives, habits, desires are expressed here through objects and their composition in the room. This might almost be called a photography of objects, a photography using objects as presences which are able to act, signify and even speak.
Ute Behrend chooses as her theoretical working area the relationship between big and small, scale and perspective. She thus examines the methods of representation itself, and identifies the world and objects of childhood as the ideal theme for carrying out her “measurements” of reality and also of photography. So she creates some diptyches, which she defines as “dialogical compositions”, in which each image lends meaning to the other. Fresh, light colours confer an “infantile”, light tone to the work, and transport us into a world in miniature, a dimension other than the real, close to the environments of Gulliver’s travels.
Lea Crespi works on the borderline between the visual and the physical, to use her own words, and confronts at its root the very concept of reality in general and human reality in particular. She structures the scene mechanically and automatically, using a fixed scheme with the presence of a human figure on the left of the image so that on the right there are clearly visible the material, light, space of some rooms which are decadent and temporary from the existential point of view. A real human being, a metaphysical-like dummy, a robot: this figure proceeds in space and interacts with it, questioning both it and itself.
Erika Barahona Ede instead recovers the dimension of memory and the private world, “filming” seascapes in black and white of an intentionally classical stamp. But they are not simply seascapes. Erika uses and recovers the seascape in order to underlake a symbolic journey into her family history indicated in this research by some small family snaps taken years earlier by her grandparents, and to reflect on the tension which links and divides the sea from the earth, two elements which are strongly rooted in the artist’s own biography.
Two works, that of Aleksandra Vajd and that of Heidi Cathrine Morstang, represent two opposing uses of photography. The former of these photographers builds up a book/diary which oscillates between fiction and reality, rich in soft floating images which allow readers to construct their own route, their own story, in any case strongly based on the evocativeness of the visual values. The latter instead absolutely denies the image and any type of visual existence of the work, presenting completely white paper surfaces on which some sentences can be read in relief. lt is the world of the word which this reflection on photography calls up, and this discipline is represented here synthetically and solely as light which makes the writing legible.

Roberta Valtorta

un progetto e cura di Vittoria Ciolini e Margherita Verdi

/ Sede: ‘La Cartaia’ di Vaiano, Via Fratelli Buricchi 13, Vaiano, Prato
/ Date: 8 aprile – 7 maggio 2000
/ Iniziativa biennale promossa e patrocinata da Regione Toscana, Provincia di Prato e Comune di Vaiano

ENGLISH BELOW

I lavori selezionati per la mostra I luoghi della vita (comprese le fotografie di Karen Brett, vincitrice del premio Europeo donne fotografe) esprimono |intenso interesse delle artiste per il personale, per le esperienze del quotidiano che trascendono l’ordinario. Guardano la vita delle donne da una prospettiva agorafobica, di una figlia che osserva Ia vita di famiglia disintegrarsi in un guazzabuglio di abusi e d’ingiurie mentali. La serie di Karen Brett sull’agorafobia va oltre l’immagine documentaria e coglie oggetti la cui normalità è sopraffatta da un terrore fobico e che diventano simboli minacciosi della vastità dell’esterno.
ll libro di Anna Fox, My Mother’s Cupboards and My Father’s Words mostra fotografie di luoghi puliti e innocenti in cui è presente l’invettiva e la violenza di un uomo anziano.
Negli studi di Erika Barahona Ede sugli interni deserti della casa di sua nonna, nei paesi Baschi del territorio spagnolo, compaiono ricordi d’infanzia rivisitati con la consapevolezza che la casa sarà presto demolita. Le sue fotografie propongono interni in bianco e nero e primi piani di fragile carta da parati: “muri verdi con piccole foglie bianche…muri grigi con motivi di palme grigio verde più scuro”. Nelle sue immagini, i motivi, la melanconia e il senso di perdita sono sempre presenti: un divano spezzato, un candelabro che pende da un soffitto pieno di crepe con macchie di umidità e la presenza inquietante di fantasmi del passato.
Un altro tipo di interno domestico appare nelle foto a colori di Nina Schmitz che ritrae camere da letto di donne che lavorano nei quartieri a luce rosse delle città tedesche. Le foto della Schmitz potrebbero essere considerate puramente documentarie, ma sono qualcosa di più perché diventano un viaggio strettamente personale in cui l’esotico e l’ordinario creano una perfetta amalgama.
Sabine Bungert immortala le aspirazioni delle ragazze adolescenti che posano con un nuovo vestito da pattinaggio; Wiebke Leister esamina attentamente e da vicino la strana topografia della faccia umana, mentre Heather McDonough crea un collage di stampe che diventa una mappa dell’esperienza.
Con modalità molto diverse fra loro queste fotografe parlano di esperienze e situazioni che toccano tutti noi, ponendo domande, facendo dichiarazioni, esprimendo il potere dell’immagine fotografica per farci guardare il mondo più da vicino e per vedere dentro i mondi degli altri.
Val Williams

 

ENGLISH VERSION

The bodies of work chosen for inclusion in the Places of Life exhibition (including the photographs of Karen Brett, winner of the Women’s Photography Prize) express an intense interest in the personal, in everyday experiences which transcend the ordinary. They look women’s lives from the perspective of an agoraphobic, from a daughter who watches family life disintegrate in a welter of invective and mental abuse. Karen Brett’s series on agoraphobia goes beyond the documentary, and fixes on objects whose normality is overwhelmed by the phobic’s terror, and which become menacing symbols of the enormity of the outdoors.
Ann Fox’s artist’s book My Mother’s Cupboards and My Father’s Words shows photographs of clean, innocent places ranged alongside an elderly man’s invective and violence.
In Erika Barahona Ede’s study of the deserted interiors of her grandmother’s house, in the Basque region of Spain, childhood memories are revisited, in the knowledge that th house is soon to be demolished. She photographs the interiors in black and white and makes close-up studies of fragile wallpaper: “green walls with small white leaves… grey walls with a darker grey-blue palm pattern”. Throughout the series, motifs and melancholy and loss are always present, a splintered sofa, a chandelier hanging from a cracked and mottled ceiling, ghosts from the past retaining an eerie presence.
Another kind of domestic interior appears in Nina Schmitz’ series of colour photographs of the bedrooms of women working in the red light areas of German cities. Schmitz’ photographs could be called purely documentary, but they are more than that, becoming a highly personal journey through an amalgam of exotica and the ordinary.
Sabine Bungert studies the aspirations of adolescent girls as they pose in a new skating dress, Wiebke Leister looks closely at the strange topography of the human face, while Heather McDonough makes a multi print assemblage which becomes a map of experience.
In their own very differing ways, these photographers touch on experiences and situations which affect us all, asking questions, making statements, expressing the power of the photographic image to make us look at the world more closely, to see into other people’s worlds.
Val Williams

I luoghi della vita (2000) I luoghi della vita (2000) I luoghi della vita (2000) I luoghi della vita (2000), veduta complessiva I luoghi della vita (2000) I luoghi della vita (2000)

un progetto di Vittoria Ciolini e Margherita Verdi

/ Sede: Villa Farnete, Comeana, Prato
/ Date: marzo 1998
/ Con il contributo di Regione Toscana, Provincia di Prato – Assessorato alla Cultura, Comune di Carmignano – Assessorato alla Cultura

ENGLISH BELOW

Per la prima volta, dopo anni di lavoro nel campo della fotografia d’autore, sono stata invitata a far parte di una giuria per un premio fotografico. Devo dire che l’esperienza è stata senz’altro positiva.
ll progetto I luoghi della vita è riuscito a mettere insieme un numero assai importante di lavori fatti da donne che utilizzano la fotografia come mezzo per la loro ricerca artistica. Vorrei innanzitutto sottolineare il buon livello generale dei progetti presentati. Ne1 complesso, si potrebbe parlare di un interesse molto forte per il quotidiano, il banale, per tutto que1lo che vicino e che ci può aiutare a trovare una sicurezza davanti alle incertezze dell’avvenire. C’è una riflessione che mette a confronto lo spazio pubblico e quello privato: lo spazio privato come luogo d’identità, 1o spazio pubblico come luogo dell’anonimato. L’uso del colore, maggioritario, viene a rinforzare questa volontà di fissare il quotidiano.
Gundula Friese, che è stata vincitrice con la sua serie Image of the human being ci mette in confronto con delle immagini di persone riprese nelle strade, persone anonime in spazi pubblici, gesti fermati dalla macchina fotografica che nulla ci spiegano, perché non c’è nulla da spiegare. Riflessione sull’immagine fotografica che riesce a isolare 1e persone da un contesto urbano e sociale senza però dargli una identità individuale o nemmeno stabilendo dei legami fra di loro, confondendo anche i tempi delle riprese e, dunque, riflessione sul mezzo fotografico ed i suoi legami con la realtà, e con il flusso del tempo.
Con Luoghi caldi e sicuri, Sarah O’NeiIl dirige il suo sguardo negli angoli delle case dei suoi familiari ed amici per scoprire 1e tracce del cattolicesimo mescolati agli oggetti quotidiani. Segnalando queste figurine e stampe ci fa capire fino a che punto la religione faccia parte della vita di tutti i giorni nella società irlandese.
Uschi Huber con il suo progetto Public Space si inserisce fra quegli artisti che da qualche anno lavorano sugli spazi pubblici come 1uoghi emblematici della nostra epoca. Parchi, piazze, strade che le persone attraversano ogni giorno o dove fanno una sosta, come è il caso nelle fotografie di Huber.
Voyage di Karine Granger offre la possibilità allo spettatore di condividere con questa giovane fotografa i suoi percorsi giornalieri. Percorsi fatti di sensazioni, osservazioni e sentimenti di passaggi fra que1lo più intimo e personale e quella realtà esterna con la quale ci confrontiamo ogni giorno.
Ilaria Limonta ne1la sua serie I 1uoghi del privato invece ci fa fare un viaggio molto più ristretto, cioè un viaggio all’interno della sua casa. Nelle sue riprese inquadra gli oggetti di uso quotidiano, g1i oggetti carichi di senso per lei, gli oggetti messi lì semplicemente per arredare. Attraverso gli oggetti l’artista ci propone un ritratto di se stessa.
E per ultimo Cristina Zamagni ci propone un lavoro sul suo corpo e lo spazio fisico con il quale si trova in contatto. Riflessione sul primo sguardo che ogni mattina dirigiamo al nostro corpo. II corpo come luogo familiare ma anche, come sottolinea l’autrice, “luogo di una trasformazione in atto” nel quale si riflettono alla pari il personale e il sociale.
Cristina Zelich

 

ENGLISH VERSION

After years of working in the fied of art photography, for first time I was invited to sit on the jury of a photographic competition. It was undoubtedly a positive experience. The project Places of life succeeded in bringing together an important number of works by women who use photography as a means of expression in their artistic research. First of all, I would like to emphasize the prevailing high level of the projects presented. On the whole one remarks a great interest for ordinary everyday 1ife, in all that is close to us and gives us security when facing the uncertain future. A reflection which compares public and private space: private space being a place of identity as opposed to anonymous public space. The frequent use of colour reinforces this desire to capture everyday life.
Gundula Friese, the winner with her series Image of the human being, puts us in front of street shots of people, anonymous people in public spaces, gestures, captured by the camera, which explain nothing because there is nothing to explain. Reflections on the photographic image which isolates people within an urban context without giving them individual identity or even establishing connections between them. Through re-photography she confuses the time of the shot and in this manner makes a consideratlon on the photographic means and its ties with reality and the flow of time.
Sarah O’NeiIl with her Luoghi caldi e sicuri (Warm secure places) explores the corners inside the homes of her family and friends looking for traces of catholicism intermingled with objects for daily use. By revealing these figures and prints she makes us realise to what point religion is part of everyday life in Irish society. Uschi Huber with her project called Public Space places herself among those artists who have now been working for a few years on public spaces as emblematic places of our time. Parks, piazzas, streets that people pass through every day or where they stop, as is the case in Hubers photographs.
Voyage by Karine Granger permits the spectator to share her routine movements made of sensations, observations and sentiments of passage between what is personal and intimate and the external reality with which we have to deal with everyday.
Ilaria Limonta in her series I luoghi de1 privato (The Private Places) takes us on make a much briefer excursion, that is, a journey inside her home. She shoots objects for everyday use, objects which are laden with meaning for her and simply decorative objects. The artist gives us a self-portrait of herself through these objects.
Lastly Cristina Zamagni proposes a work on her body and the physical space with which it is in contact. Reflections on the first gaze which every morning we give our body. The body as a familiar place but also as she stresses “a place undergoing transformation” where personal and social are equally reflected.
Cristina Zelich

 

I luoghi della vita 1998_0001

I luoghi della vita 1998

 

 

un progetto di Vittoria Ciolini e Margherita Verdi

/ Sede: Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato
/ In collaborazione con Regione Toscana, Comune di Prato, Coop Prato, Banca Toscana sede Prato, Dryphoto arte contempranea, ADM’80.

Il premio nasce con una edizione italiana nel 1995, rivolta a fotografe residenti in Italia. L’iniziativa ottiene fin da subito un successo superiore alle aspettative, infatti vi partecipano 108 artiste fotografe. La giuria composta da Irene Bignardi (giornalista e collaboratrice del quotidiano La Repubblica), Laura Leonelli (giornalista e collaboratrice del quotidiano Il Sole 24Ore), Roberta Valtorta (critica e storica della fotografia), assegna il premio a Sabine Korth e segnala i lavori di Gabriella Nessi Parlato, Roberta Orio, Cristina Zamagni.
L’iniziativa si conclude nel febbraio dell’anno 1996 presso il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci con una mostra dei lavori della vincitrice e delle segnalate, la pubblicazione del catalogo con una sintesi del lavoro delle partecipanti, un convegno con esponenti del mondo dell’arte e della fotografia.

2005
Spread in Prato 2005, Gea Casolaro, ShaoYinong, Robert Pettena, Renshi.org 
– Giovanni Ozzola, Andrea Abati, Connie Dekker, Carmelo Nicosia
– Stefania Balestri

2004
– Giovanni Ozzola
I luoghi della vita, selezione premio europeo donne fotografe
Spread in Prato 2004, personali e collettive in 26 luoghi, aziende tessili, esercizi commerciali, teatri, abitazioni. Artisti invitati: Takuma Nakahira, Carmelo Nicosia, Philip-Lorca di Corcia, Armin Linke, Isaac Julien, Sissi, Yoneda Tomoko, Rosa Rossa, Italo Zuffi, Adi Nes, Gil Marco Shani, Rona Yefman, Michal Chelbin, Yumita Hiro, Michelangelo Consani, Donatella Di Cicco, Bethan Huws, Mark Lewis, Yang Fu Dong, Pascale Marthine Tayou, Surasi Kusolwong, Gruppo A12, Connie Dekker, Luca Malgeri

2003
– Andrea Abati
– Donatella Di Cicco
– Patricia Piccinini
You’ve red between the lines, Renate Aller
Segherie ad Arte, collettiva, 2003
Spread in Prato 2003, personali e collettive in 14 luoghi, aziende tessili, esercizi commerciali, teatri, abitazioni. Artisti invitati: Andy Warhol, Geoffrey James, Günther Förg, James Welling, Peter Fischli/David Weiss, Olafur Eliasson, Arian Risvani, Bill Henson, Takashi Homma, Rika Noguchi, Massimo Bartolini, Robert Pettena, Shimabuku, Costa Vece,Martino Coppes, Akira the Hustler, Yoshitomo Nara, Carmelo Nicosia

2002
Los Tres Amigos, Alice Belcredi, Tommaso Buzzi, Gianni Ferrero Merlino, Annalisa Sonzogni
Spread in Prato: personali e collettive in 11 luoghi, aziende tessili, esercizi commerciali.
Artisti: Diane Arbus, Hiroshi Sugimoto, Larry Clark, Jan Vercruysse, Rodney Graham, Jean Marc Bustamante, Thomas Ruff, Willie Doherty, Rineke Dijkstra, Annica Karlsson Rixon, MetteTronvoll, Walter Niedermayr, Sakiko Nomura, Andrea Abati, Giovanni Ozzola, Marcello Simeone, Jitka Hanzlova, Wim Wauman, Timothy Stappaerts, Sislej Xhafa
Toscana Fotografia: Identità culturali, otto personali e collettive in collaborazione con Fondazione Studio Marangoni, Firenze distribuite nelle città di Prato e Firenze. Museo Marino Marini Un percorso nel tempo 1970-2000, Carlo Cantini a cura di A. Maria Amonaci, Gabinetto G. P. Vieusseux;  archivio Contemporaneo A. Bonsanti Ventuno ritratti, G. Pozzi-Bellini;  Pesca Milagrosa, Carlos Motta, Galleria La Corte Arte Contemporanea;  Megalopoli, Giacomo Costa a cura di Gianluca Marziani, Sergio Tossi Arte Contemporanea;  Back to 04/04/1999, Andras Calamandrei, Archivio Fotografico Toscano;  Zineb Sedira, personale, Dryphoto arte contemporanea 1;  Jananne Al-Ani, personale, Dryphoto arte contemporanea 2; Trust, Adam Broomberg & Oliver Chanarin,  Colors 41/52: Comunità,  Colors, Officina Giovani-Cantieri Culturali Ex Macelli; Hic sunt leones… Margherita Verdi,  Museo “La Specola” – Sez. Zoologica del Museo di Storia Naturale, Salone degli Scheletri; Les Dogons par les Dogons,  collettiva a cura di Antonin Potosk,  Istituto Francese di Firenze; Afterwards / I volti di TriBeCa dopo l’undici settembre 2001, Renate Aller, Istituto Culturale Tedesco Villa Romana, Atelier La Limonaia; True Places Never Are,  Charles Loverme, SACI Studio Art Centers International;  Staged, Osvaldo Sanviti, Ridotto di Palazzo Medici Riccardi; Afghanistan: guerra e vita quotidiana, Paolo Woods e Simon Norfolk a cura di Nicoletta Leonardi, Spaziofoto Credito Artigiano; terra, Leta Peer, Isabella Brancolini ArteContemporanea Gallery Hotel Art; Gente del Corno d’Africa, Andrea Abati,  Assolibri Libreria d’arte; Sun City, Peter Granser, Fondazione Studio Marangoni; Colloqui, Alessandro Mencarelli, Print Gallery Marco Lanza, Michi Suzuki, Christina Zück, collettiva, Villa Vogel, Quartiere 4

2001
– Hans van der Meer
– Francesco Jodice
Volontà antropiche, Andrea Abati, Istvan Balogh, Paolo Bernabini, Sakiko Nomura, Thomas Ruff, Francesca Woodman
– Connie Dekker, installazione
– Andreoni_Fortugno

2000
– Hiroto Fujimoto / Kazuko Wakayama
– Paolo Bernabini
– Sakiko Nomura
– Brunella Longo
– Tancredi Mangano
– Istvan Balogh

1999
– Giampietro Agostini 
– Andrea Abati
– Cristina Omenetto
– Toshio Shibata 
– Carmelo Nicosia

1998
– Tancredi Mangano
– Francesca Woodman
– Joan Fontcuberta
– Olivier Richon
– Luigi Ghirri

1997
– Thomas Ruff
L’invito non è strettamente personale: Dryphoto arte contemporanea, Paolo Bernabini; laboratorio di pasticceria Fiaschi, Andrea Abati; Hotel Flora, Filippo Maggia; Casa e cose, Martino Marangoni; Macelleria L’antico Serraglio, Dennis Marsico; Caffè Giulebbe, Carmelo Nicosia; autocarburatorista Paolieri, Natale Zoppis
– George Woodman

1996
Sesto continente,  Alessandra Spranzi
Die Welt ist schön, Lukas Einsele
Impiantistica rivelata,  Giampietro Agostini, Filippo Maggia, Tancredi Mangano, Natale Zoppis, in collaborazione con Archivio Fotografico Toscano, Chiesino di San Jacopo, Prato
Ricerca contemporanea,  Giampietro Agostini, Filippo Maggia, Tancredi Mangano, Natale Zoppis
About the Sky, Filippo Maggia

1995
Togliere: Scoprire/Rivelare/Ricoprire, installazione fotografica di Lorraine Vullo, Cinema Terminale, Prato
Viaggi d’emigranti,  Andrea Abati
I gesti dell’affetto, Andrea Abati
Quando il vento si satura d’acqua,  Gundula Schulze el Dowy, galleria Via Larga, Firenze
Nudi, Gundula Schulze el Dowy
– Luigi Ghirri

1994
Epilogo, fotofonie e installazione di Gabriele Pellegrini e Renato Gatti
Tracce,  Margherita Verdi
Fotografie,   Marco Zanta
Il luogo dell’uomo,    Giovanni Chiaramonte
Finxit,  Vittore Fossati
Slittamenti,   Cristina Di Palma
Italian contemporary photography, Andrea Abati, Olivo Barbieri, Vincenzo  Castella, Cristina Di Palma, Margherita Verdi, Pittsburgh, Pennsylvania, USA
Italian contemporary photography, Nunzio Battaglia, Olivo Barbieri, Marco Baroncelli, Vittore Fossati
–  fotografia notturna, Andrea Abati;  il caposcuola della fotografia italiana di paesaggio,   Luigi Ghirri;   m ese della fotografia Bratislava, Slovacchia
Trucchi di radianza,  Daniela Tartaglia
I luoghi della vita, premio Nazionale Donne Fotografe

1993
Spostamenti, Ferdinando Rossi
Itinerario improbabile, personale di Mariuma Miliani
Al di qua, al di là, Giancarlo Maiocchi
Fotografie dal set del regista Franco Brusati
Appunti,  Marco Baroncelli, Sergio Buffini, Fabio Casati, Roberto Mari, Gabriella Ortensi, Stefano Paoli, Simone Parri
– Architetture e persone, Olivo Barbieri
– Riccardo Farinelli

1992
Una vita più difficile, Marrie Bot
Fotografie, retrospettiva di Marrie Bot
Zone,   Vincenzo Castella
Ritratto di una compagnia,  Andrea Abati

1991
Bruxelles intime,   Hermann Bertiau
Cavriago,   Olivo Barbieri
L’Art de la Lum,  Eduard Olivella

1990
fotografie, Andrea Abati
– Dennis Marsico
Inakovidishschie, collettiva di fotografi russi

1990
Percorsi circolari, azione a cura di Celso Bargellini, Saverio Paci, Vittoria Ciolini e Andrea Abati
– Dennis Marsico, Molino del Poggio, Poggio a Caiano
Quattro fotografi a Prato,  Luigi Pucci, Andrea Biancalani, Andrea Abati, Massimo Diddi
Inca e Maya,  Filippo Maggia
Appunti di viaggio in Cina, Olivo Barbieri

1989
Attraverso i villaggi, Andrea Abati, Provincia di Firenze, Firenze
– Collettiva, Art Jonction Nizza; invitati a rappresentare l’Italia per il settore fotografia
–  Foto dal carcere, Marzia Belloli
– Stefano Daldello, Umberto Sartorello, Fiorenzo Stradiotto, Marco Zanta
– Fotografie, Andrea Abati
– Dennis Marsico
Percorsi circolari, azione a cura di Celso Bargellini, Saverio Paci, Vittoria Ciolini e Andrea Abati

1988
Napoli Donna,  Augusto de Luca
La cultura del recupero, Andrea Abati e Vittoria Ciolini,  in occasione del 38mo Premio letterario Prato, Europa Ambiente
Grandi lavori,  Olivo Barbieri

1987
Napoli mia, Augusto de Luca
– Andrea Papi
Paesaggi Fragmenti, Francesco Raffaelli
Photosinteses, Tadeusz Pruszovski
– Gigliola Fazzini
– Lino Centi,  disegni e guache

1986
Bomarzo,  Janzer Wolfram
Fotografie, Romano Sanchini
Autoritratti,  Checcaglini, Cristini, Dondini, Gualtieri, Piombetti, Suggelli, Signorini
Firenze, Città con Acqua,  Bacci, Carli, Cioni, Innocenti, Mannini, Meoni, Ripi, Signorini, Vaiani
Miserere, Marrie Bot
Il teatro visto dalle nuvole,   Andrea Abati
– Michel Martin e Yosef Wauchil
Fotografia Italiana,   Stefano Daldello, Marco Zanta
Mother of churches,  John Stathatos

1985
Fotografie, Eliografie, Dario Dominico
Quattro spazi per l’avanguardia. Da Pichinski a Kandasso…Vruum, Clic, Andrea Abati
– Dennis Marsico
Costruzione e Oggettività, Georg Dauth, Misha Erben, Susane Gamauf, Heinz Kresl, Karin Mack, Hans Mayr, Michaela Moscouw, Josef Wais, in collaborazione con Fotogalerie Wien
Atelier, immagini e oggetti dell’800, fotografie di Nadar e produzione di ritratti in stile utilizzando fondali autentici dell’ottocento e oggetti d’epoca
Nuove Archeologie, Piero Delucca,  Arturo Baron
Fotografie, Piero Castellano; Paesaggio Aperto, Marco Baldassarri
Fotografie, Giovanni Chiaramonte, Guido Guidi, Simona Rebora, Olivo Barbieri, Dario Dominico, Andrea Abati, Ercole Fava

 1984
Interni, 67/83, Mario Cresci
– Roberto Fontana, Alessandro Paderni, Ricardo Gomez Perez
Mediazioni dell’Immaginario,  Patrizio Pampaloni
Fotografie, Guido Guidi
Chambres et Jardins,  Anne van Horenbeck
Fotografie,  Ercole Fava
Stadtbilder,  Michael Schmidt
L’immagine addomesticata, polaroid,  Mario Schifano
Atlantide, Rino Incardona
Divani,  Marina Settesoldi
– Rinf in concerto, esposizione, performance
Archeologia della mente,  Claudio Niccoli e Enrica Risaliti
– Fotografie, Arnaldo dal Bosco , Massimo Diddi
– Luigi Ghirri, Guido Guidi, Simona Rebora, Olivo Barbieri, Andrea Abati, Mario Cresci

1983
4th Dimension,  Margot Pilz
– Paesaggio Italiano,  Giovanni Chiaramonte.
Fotografia Italiana/9,  Piero Castellano e Piero De Lucca
I Trionfi dell’Occhio,  Enrico Pacini
57 Fotografi Contemporanei Europei, collettiva
Paesaggi  1980-1983, Olivo Barbieri
Firenze Veduta Aerea, Arcieri, Berlincioni, Vantini, Dolfi, Fabre, Garuti, Giuliani, Marilli, Malandrini, Mariotti, Pacifico, Ricci, Tartaglia
– Abati e Simona Rebora

1982
Fotografie,  Olivo Barbieri
La sospirata fine del fotoromanzo italiano, esposizione delle ultime pagine dei fotoromanzi in edicola nel mese di gennaio 1982
Lo sguardo Estatico, Ercola Fava.
Vai per il tuo giardino. Qualcosa, so, ti manca, Riccardo Fattori
Fotogramma e Struttura, Janis Croft, Leslie Kippen, Bryan Kyrkey, Lynn Moser, Nathalie Magnan (scuola di Rochester, New York)
Fotografia Italiana /7, Vittore Fossati e Luigi Pucci
Cronorecuperi, fntonio Benesperi
Architettura del Colore, Immagini e gesto, esposizione e performance a cura degli architetti Orazio Lo Presti e Enzo Scuderi

1981
– Henri-Cartier Bresson, Diane Arbus
Still-life, Topographie-Iconographie, Luigi Ghirri
– Guido Guidi.
– Fulvio Ventura, Attilio Gigli
Trompe l’Oeil, Cuchi White

1980
L’altra Prato, uso e consumo della fotografia, collettiva degli elaborati prodotti dai partecipanti al Safari Fotografico: ricerca aspetti nascosti della città

1979
Viaggio attraverso il calcio, alla ricerca della fotografia totale, reportage sul fenomeno tifo nella nostra città